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Campagna elettorale in poesia/18 – Enotrio

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enotrio puglieseNell’andare e venire dall’Argentina alla Calabria,,“frisca e parta lu trenu/ chi vaci a lu cunfinu./ No ndavi calabrisi/ senza chistu distinu’.

Soleva dire: “ Il destino del calabrese è quello di avere sempre pronta una valigia!”  Si può dire che sta tutto qui il lavoro poetico e pittorico del Nostro. Lo si può riassumere in queste scarne espressioni. Pittore di grosso spessore internazione e poeta ci ha lasciato una silloge dal titolo molto significativo: “All’arburi, a li terri, a li cantuni/ a li petri, a li mura chi stricai/ a li strati, a li chjazzi, a li purtuni,/ a li cosi chi chi vitti e chi dassai./ All’amici cchiù vecchji chi restaru/ e a chiji chi partiru o chi tornaru.” Scrive Pasquino Crupi: “ È il paese del Sud, concretamente storico e concretamente rappresentato, che entra nella poesia di […] con tutta la sua vecchiaia e la sua decrepitezza. Tutto il tempo è finito. O meglio tutto il tempo è stato consumato nell’andare e venire e nell’andare ancora verso l’America, verso l’Europa. La storia del Sud è senza sviluppo e senza progresso, e il poeta rinuncia a fare poesia consolatoria, a proiettare nel regno dei fini, cioè nell’avvenire, la speranza del riscatto. Tutto è già accaduto, nulla può accadere. L’unico movimento possibile è quello del treno: ‘Frisca e parta lu trenu/ chi vaci a lu cunfinu./ No ndavi calabrisi/ senza chistu distinu’.” Il nostro poeta è Enotrio Pugliese, più famoso come solo Enotrio, (Buenos Aires 1920 – Pizzo  1989) originario di San Costantino Calabro.
Tutta la sua poesia, come le sue tele, è tutta una continua rappresentazione del dolore, della povertà, dell’emigrazione, del viaggio sofferto, del pianto, dell’abbandono.  Piccolo esempio,  le liriche che seguono, leggiamole.

 

A Merica

Quandu nescivi patrima era a Merica.
Fici u sordatu e patrima era a Merica.
Mi maritai e patrima era a Merica.
Vinnaru i figghji e patrima era a Merica.
Mama moriu e patrima era a Merica.
Aguannu tornau patrima d’a Merica
Pe nommu mori a Merica.


Dui mammi

Eppi dui mammi, comu vozzi Diu:
una mi fici e l’atra mi civau.
A prima mu mi faci moriu,
a secunda u mi crisci s’astutau.

(da P. Crupi – Storia della letteratura calabrese. Ed. Periferia, Cosenza 1997)

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