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Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

Gioacchino Giancotti
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Al Premio “Vincenzo Ammirà” l’alloro ai poeti Antonio Biancolillo e Antonio Franzè di Nardodipace.

Alla 1^ Edizione della rassegna letteraria di Vibo V. premiati anche i nostri Bruno Albino De Raffaele e Bruna Marino. Ai premiati l’artistica targa del M° orafo Michele Affidato

Premio Letterario Vincenzo Ammirà 1 Edizione
Piace ripetermi nel dire che mai Giuria letteraria è stata così competente e capacissima nel giudicare le poesie concorrenti ad un Premio Letterario di gran vaglia e di livello internazionale. Si tratta della Giuria, presieduta dalla poetessa e scrittrice Caterina Tagliani e formata dagli eccellenti poeti pluripremiati Silvana Costa, Anna Maria Deodato, Pippo Prestia e dalla raffinata linguista Angela Varì. Le poesie premiate, tutte in egual titolo, ben rispondono agli obiettivi di una rassegna letteraria che vuol celebrare un poeta, calabrese di Vibo, ingiustamente dimenticato per qualche tempo: Vincenzo Ammirà. Strenuo combattente rivoluzionario antiborbonico e per questo sottoposto a processo accusato di detenzione e scritti contrari al buon costume. Nel 1854 fu condannato a due mesi di esilio correzionale e ad una multa e, di poi, nel 1858, l’accesa passione politica lo portò alla condanna in carcere. Successivamente si affiliò ai Mille di Garibaldi per un certo tempo. La sua condotta rivoluzionaria non gli permise di ottenere mai una cattedra al Liceo di Vibo e, costretto a ristrettezze economiche, si diede ad impartire lezioni private. Si disse di lui che “scrisse nella lingua dialettale e con ineguagliabile stile poetico, luoghi, personaggi, sentimenti, avvenimenti e passioni tipici di una identità socio- culturale che era proprio della Vibo ottocentesca.” “Poeta maledetto”, insomma, per aver scritto contro il potere e ‘il buon costume’. E il poeta vibonese Pippo Prestia, in un articolo apparso lo scorso 22 maggio su questo giornale on line, definisce l’Ammirà: “ un uomo inquieto, pensatore romantico, un irriducibile ribelle che fece della sua vita quasi un’avventura”. Ed ancora. “Con la sua esistenza ha saputo, sia pure sgomitando, ritagliarsi una fetta di quell’irrequieto ed intraprendente ‘800 che la sua Monteleone ha vissuto in maniera intensa…” Ha lasciato tante opere, soprattutto in versi dialettali, che ancora oggi sono accolte con tanto gradimento e nei salotti culturali e tra la gente comune. Sicuramente l’opera che lo ha reso famoso è la Ceceide. un poemetto dialettale in cui voluttà, satira, scurrilità e fantasia sono un tutt’uno e ne formano un corpus difficilmente imitabile e tanto singolare nell’aver coinvolto generazioni di lettori. E qui Pippo Prestia sottolinea “come la stessa rispecchiasse il codice sessuale della società arcaica contadina, impermeabile al moralismo ‘borghese’, accettando pienamente il sesso e intendendolo come funzione naturale e necessaria della vita dell’uomo.” Negli anni Ammirà scrisse e pubblicò tanti altri volumi di poesie ospitate anche su giornali e riviste.
Post mortem, il figlio Domenico, nel 1928, ebbe la felice idea di raccogliere, in due volumi, una parte delle opere del padre: Tragedie, poesie e Poesie dialettali, edite dalla Froggio di Vibo Valentia. Nel primo volume, oltre alle diverse poesie, sono contenute le due tragedie, Valenzia Candiano e Lida, che il poeta scrisse tra il 1848 e il 1860. Il secondo volume comprende le poesie dialettali, escluse quelle considerate oscene.
Inoltre, il figlio fece pubblicare, nel 1931, dalla Tipografia. Passafaro di Vibo, il volume La Calabria e Vincenzo Ammirà che raccoglie una serie di scritti critici.
Nel luglio del 2011, per “Non Mollare Edizioni”, casa editrice di Volontariato culturale, è stato pubblicato il volume “Canti erotici calabresi” a cura di Giuseppe Candido e Filippo Curtosì. È una non troppo voluminosa antologia che raccoglie i versi in vernacolo di Ammirà con la bella compagnia dell’altro poeta calabrese Duonnu Pantu, pseudonimo del sacerdote Domenico Piro.
Or dunque il Premio di Poesia “Vincenzo Ammirà”, 1^ Edizione, organizzato dall’omonima Associazione culturale di Vibo Valentia presieduta dall’intraprendente pittrice Caterina Rizzo, per “non bandire dalla memoria ma restituirlo al suo territorio d’appartenenza che è l’antica Monteleone, oggi Vibo Valentia”. Durante la cerimonia di premiazione che si terrà nella suggestiva cornice, mare – collina, del Tirreno vibonese, il prossimo 15 giugno, saliranno sul podio poeti provenienti da ogni angolo della Penisola e anche da fuori confini che saranno premiati con un’artistica targa realizzata dal M° orafo Michele Affidato di Crotone.
Per la sezione “Poesia in lingua”: 1° premio a Antonio Biancolillo con la lirica “Tacita pioggia scura” con la seguente motivazione.: “Un tema di grande attualità, quello dei disastri ambientali, trattato con versi armonici e con grande abilità stilistica. Un intreccio di cadenze liriche e drammatiche per descrivere i danni perpetrati alla natura e all’uomo dall’inquinamento atmosferico. Una denuncia nell’urlo di un bambino e nella visione di un gioco che più non sarà. Un plauso al poeta che osserva e descrive con empatia e sensibilità lo scempio ambientale, attingendo continuamente alle immagini della natura e del cielo nell’evocare la sofferenza causata da quella tacita pioggia scura che cancella sogni e speranze. Nei versi di chiusura emerge l'energia intrinseca della denuncia nei confronti dei Grandi del mondo che l’autore definisce sordi carnefici.” Al 2° posto la poesia “Ancora una volta” di Gaetano Catalani di Ardore Marina, così motivata: “Lirica intensa e sofferta, ricca di metafore, che descrive il confine fra il sentimento dell’assenza dell’amata e il forte desiderio di rivivere ancora quell’amore. Poesia della nostalgia e del rimpianto di un passato denso di emozioni, dove i ricordi si sfogliano richiamando i luoghi, i profumi e le tenerezze, in una sequenza malinconica che rappresenta quella condizione umana che naviga nel mare inquieto della distanza e dell’assenza. Il poeta plasma i momenti di un percorso amoroso cogliendo, attraverso la delicata metafora dell’onda, la paura della perdita, la disillusione, la consapevolezza dell’oggi e la perseveranza nell’affrontare il domani. Testo poetico raffinato che si distingue per l’abilità con cui l’autore ha saputo pennellare un intimo dispiacere e per l’armoniosità e fluidità dello stile.” 3° premio a Maria Reale di Roccella Jonica per “Voltati indietro” perché” l’autrice con una scrittura essenziale ma efficace ci regala un’immersione nell’esistenza con i suoi segni, le sue cicatrici, tra speranze e dolore. Una visione della vita tra sorrisi e umanità, luci ed ombre, in un cammino irto di ostacoli. Due chiavi di lettura per questa poesia che appare intimistica esistenziale per la grande inquietudine che registra, ma che offre una visione più ampia dei sentimenti dell’essere umano quando vive situazioni di dubbio, paure e incertezze. La lirica si sofferma sul senso della precarietà dell’esistenza e la fedeltà al suo tracciato, il tutto con la grazia di una parola simbolica, evocativa, mai scontata.”
Per la sezione “Poesia in vernacolo” l’alloro va al poeta di Nardodipace Antonio Franzè per la lirica “Terra ‘ngrata” perchè “eterno motivo che inesorabilmente si ripete specie nella nostra terra: l’Emigrazione! Emblematica nemica dei contadini che lasciano le campagne inospitali e dei giovani, che fuggono dal paese, reo di non essere riuscito a dare loro un lavoro per potersi costruire un avvenire dignitoso nella terra dei Padri. La descrizione dell’autore, fa rivivere le stesse sensazioni che prova chi è costretto a lasciare oltre che la sua terra, anche la famiglia, non resta che la moglie, intenta ad accendere lumini all’immagine della Madonna, per assicurare che lo sposo possa fare ritorno nella sua terra ‘ngrata! La forma dialettale molto attenta e puntuale, dà una nota in più alla già pregiata composizione.” 2^ classificata la lirica “Tutt’a vita ‘carestia” di Gaetano Catalani con la seguente motivazione: “La drammatica vicenda di un padre che, giorno dopo giorno, vede sfiorire la vita del figlio, senza nulla poter fare, se non abbandonarsi ad una silente preghiera quando, finalmente, dimentica la rabbia contro tutto e tutti. Con questa lirica…”Tutt’a vita ‘ca resta “, l’autore supera la barriera della riservatezza ed esprime il suo profondo dolore…intimo, che solo un genitore può e sa esprimere. Il componimento affronta il dialetto con molta disinvoltura –superando i clichés classici della poesia vernacolare.”
Al 3° posto “ ‘Nu pizziciddrii i culi” di Alfredo Perciaccante di Cassano Jonio perché poesia dal “tocco elegante…sensibile…convincente, per descrivere l’ansia e la preoccupazione che affligge l’animo dell’autore che chiama a testimone della sua angoscia, uno spicchio di luna, quasi appeso nell’immenso blu del cielo che, in segreto,…accompagna! L’uso del dialetto molto appropriato, è espresso con una grafica altrettanto corretta.”
La Giuria, inoltre, ha inteso assegnare un Premio speciale con medaglie e attestato agli alunni dell’ICI “ Murmura” di Vibo Valentia. E non Solo. Premio Speciale della Giuria, alla poetessa di Montepaone Caterina Morabito per la lirica “Rimembranze” con la seguente motivazione .” Lirica dagli accenti intensi, Rimembranza si propone anzitutto come celebrazione della straordinaria figura del poeta Ammirà, tratteggiato prima nelle sue fattezze fisiche, in versi rapidi e pregnanti, che si dispiegano come in colorate pennellate, per aprirsi poi al suo mondo interiore, ricco e controverso, poeta patriota e maledetto, innamorato della vita, della libertà, dell’ardore e del colore nella sua Ceceide, contemplato infine in quelle infinite vie di Monteleone che rimandano alle tante vie della sua poetica ardita, audace, in continua sperimentazione che fa del poeta vibonese il precursore di parte della poetica successiva. Lungo queste vie, tra i vichi di Monteleone, corre un messaggio d’amore che fa ancora germogliar poesie. E a memoria dei fonemi che si odono tra i decori antichi e l’ardore giovanile del tumulto del suo cuore, anche questa lirica: Rimembranza del passaggio di un uomo che ha reso onore alla terra calabra”
Tra le quasi duecento poesie pervenute al Concorso vibonese, oltre al succitato Antonio Franzè, nostro collaboratore, sono stati premiati, con Targa di Merito, anche i nostri, di origine serrese, Bruno Albino De Raffaele con “Là..ove arriva la guerra” e Bruna Marino per la poesia Facce di bimbi in fuga dalla Siria“”.
Appuntamento al 15 giugno, al 501 Hotel di Vibo V. per un incontro che sarà sicuramente piacevole ed edificante. L’evento, presentato dalla giornalista Patrizia Venturino, sarà allietato dagli intermezzi musicali del violinista Eugenio Panzarella ed interverranno Salvatore Solano presidente della Provincia di Vibo V.; la poetessa Caterina Taglioani presidente della Giuria; il poeta vibonese Pippo Prestia; il poeta Francesco Saverio Capria della Federazione nazionale dei Maestri del Lavoro; la Dirigente scolastico Tiziana Furlano dell’I.C.I. “Murmura” del capoluogo hipponiate ed ovviamente la padrona di casa, la pittrice Caterina Rizzo presidente del Premio. Tutta la manifestazione sarà trasmessa in diretta streaming “Live, Profumo di vita” a cura di Giancarlo e Maurizio Bonanno.-

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Il passato passato. Rosita.

Rosita gambino
Non so da dove cominciare, sarebbe bello andare indietro nel tempo in cui giocavamo a nascondiglio “ntra lu casalinu” palazzo Chimirri, e poi, stanchi, siedevamo allo scalino difronte casa sua. Rischierei di tediare il lettore: allora della nostra fanciullezza tutti i bambini del paese giocavano a nascondiglio. Salto allora quel periodo, come quello in cui adolescenti, siedavamo sul balcone sotto la pergola. Io seguivo Vinicio, il fratello, mio compagno ed amico, a volte maestro.
Oltre ad essere compagni di giochi e coetani, eravamo compagni di scuola. Quell’anno, l’ultimo, la classe era formata da sei ragazze e nove maschi: quindici. Io ne ricordo cinque ragazze: Bettina, la piú loquace; Maria, la piú amichevole; Celestina la piú corteggiata; Graziella la piú diligente e lei, Rosita, la piú tutto!
Abbiamo giocato insieme fino alla pubertà, poi, per quello squilibrio naturale fra maschio e femmina, lei era diventata signorina ed io ero rimasto un ragazzino: tant’è! Succede sempre così. Anche verso i diciott’anni, lei ormai donna, era distante le mille miglia dal giovanotto che, pur ostentando una certa eleganza, rimaneva un giovinastro.
La chiamavo Vivien Leigh, come la grande attrice che personificava Rossella O’Hara di “Via col vento” allora, nel subito dopoguerra, il film piú grandioso. A lei piaceva.
Facevamo le parole crociate, quando avevo i soldi per comprare la Settimana Enigmistica...coi suoi soldini lei comprava i giornali illustrati allora di gran moda. Era superiore alle convenzioni, anzi, le provocava. Quando c’incontravamo sul corso, mi prendeva a braccetto, io non osavo, e passeggiavamo: cosa rara per 70 anni addietro, quasi uno scandalo. Scandalo o no “jio mi sintia n’atru tantu”.
Ci vantavamo di essere serresi di adozione: lei era nata a Vazzano nel mese marzo, io a Santa Caterina nel mese di luglio, del ’31. I due paesi erano allora in provincia di Catanzaro.
Poi le partenze. Abbiamo passato la nostra vita fuori, lontano. E sì che al paese eravamo attaccati...
Al mio ritorno dalla Svizzera voleva che le parlassi in francese. Avevamo studiato la lingua all’Avviamento, per tre anni.
E l’addio. Nel ’56 partivo per il Canada. “-Allura ti ‘ndi vai” diceva, porgendomi la mano. Col resto della famiglia grandi abbracci, con lei una stretta di mano.
E’ partita anche lei da Serra. Era andata a Roma a seguire un corso per divenire infermiera della Croce Rossa Italiana. Poi al San Camillo di Roma a esercitare la nuova professione.
San Camillo...ma, che parentela esiste fra questo grande ospedale e Serra San Bruno? Prima dell’ormai caposala Rosita Gambino, un’altra grande serrese, per oltre mezzo secolo, era il “Deus ex macchina” del celebre nosocomio. Suor Camilla Papaleo, poi superiora, riceveva i serresi che andavano a farsi curare nella capitale. Anzi, e la mia memoria è solida, ricordo:..” Duvi fusti operatu” “ Dha suor Camilla”. Vado fuori tema ma non fuor di luogo: “...mi trovavo(1953) alla stazione Roma Termini. Facevo il militar soldato. Vedo un compaesano (nipote di Vigilanti, abitava dietro la pretura). Mi mostra una lettera. Era di donna Luigina Tedeschi ed indirizzata a suor Camilla. In essa, la raccomandazione di prendere cura, di assistere, il compaesano latore. Tanto bastava a farlo ricoverare. L’ho seguito e guidato...
Col tempo, le promozioni. Oltre ad essere caposala, Rosita era divenuta la docente nella scuola per infermieri crocerossini nella scuola “Edoardo e Virginia Agnelli”. E c’era ben d’onde: in casa sua, in quel vicolo Sette Dolori c’erano libri dappertutto, e lei ne ha letti...: una famiglia di studiosi, d’insegnanti, di scrittori...di professionisti. Che gloria! Per Fortunata ed Antonio Gambino.
Dopo la pensione ha fatto ritorno a Serra. La sua grande esperienza, e che esperienza, l’ha dedicata allora ai pazienti del dr. Lello Barillari.
Ci siamo rivisti un venticinque anni addietro, allora di un mio viaggio in Italia. Abitava con la sorella Licia, la cara Licina.
“-A Rosita chi fai?” “- Chi vue mu fazzu, liejiu, ricamu...” Era una ricamatrice provetta, ha fatto tanti lavori: dove andranno? In casa di Elio, il piú giovane dei fratelli o di Franco, poco piú vecchio?
Se mi fossi trovato a Serra, alla sua morte, ne avrei fatto l’elogio funebre, lontano, ho pregato per lei ed ho pianto.
                                                                      Da Montréal, Ciccio Pisani di li Guerri

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Domenico Calvetta
Marco Calvetta
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