Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

“Na mamma fa pi cientu figghii, cientu figghi non fannu pi na mamma.”

Festa della mamma, la più giusta, la più meritata

Mamme di una volta
Festa della mamma. Sicuramente è senza dubbio la festa più giusta e più meritata tra le tante che oggi hanno assunto carattere consumistico. Da sempre è avvertito e solennizzato l’attaccamento giustamente viscerale che si ha verso la madre e non c’è popolo, nella storia, che non abbia manifestato gioia per questa figura genitrice.
La mamma, elemento insostituibile, fonte di vita, espressione di amore e dell’amore, è il vero centro della storia della famiglia. Scriveva Giuseppe Mazzini che la mamma “è la carezza della vita, la soavità dell’affetto diffusa sulle sue fatiche, un riflesso sull’individuo della provvidenza amorevole che veglia sull’umanità. Sono in essa tesori di dolcezza consolatrice che basta ad ammorzare qualunque dolore.” E quando ella non c’è più la si apprezza ancora maggiormente e se ne sente la mancanza e come se ne sente anche se si diventa adulti e misteriosamente quando si diventa genitori. È qui che capisci davvero il ruolo della mamma: le sue apprensioni, i suoi avvertimenti, la sua forza fisica che non conosce ostacoli o malattie e sempre pronta a dare un bacio al piccolo nato o una carezza al figlio ormai maturo, carezza che è davvero ricchezza che non conosce confini. Insomma, come un vecchio detto, “chi ha mamma ha banca.”
La mamma, per il figlio, perde la caratterizzazione di donna ed entra nell’alveo della sacralità; è venerata e non deve essere per nessuna ragione offuscata la sua immagine e la sua onorabilità. Anche il figlio illegittimo ama profondamente la sua madre e la difende da qualsiasi comportamento incauto che può provenire dagli altri. La donna è oggi, forse più di ieri, mortificata come oggetto di desiderio, ma nel ruolo di madre recupera tutta la sua dignità, un posto indiscusso ed un valore assoluto davanti al marito e ai figli. Per questo l’amore della mamma e per la mamma è per ognuno di noi il modello massimo dell’affettività. È davvero grande ed imperituro il cuore della mamma che “Cu dicia ca ti voli beni cchiù di la mamma, o ti tradiscia o ti ‘nganna; ed ancora “Na mamma fa pi cientu figghii, cientu figghi non fannu pi na mamma.”
Ma c’è sempre il rovescio della medaglia, l’amore della mamma è così grande che talvolta, cosa rara, può venir meno e se è così il figlio ha davvero paura tanto che “li iestimi di la mamma cogghianu.” Davvero la più grande sventura è incorrere nella maledizione della madre: non ci sarà più pace e gli effetti della maledizione saranno ancora più devastanti se è fatta col seno scoperto, “cu li minni di fora,” perché il seno da fonte di vita e nutrimento per aver dato il latte, diventa strumento di maledizione. L’amore materno è totale e assoluto e sempre pronto davanti a qualsiasi groviglio del figlio e della famiglia, per dirla con Moravia “per fortuna ci hai tua madre.”
Sta tutta qui la sublimità dell’essere mamma: nel figlio ama la sua stessa carne e la sua stessa vita per cui il suo amore non può non essere istintivo e viscerale. A lei non importa che i figli ne approfittino e non si lascia condizionare dal fatto che se “li fimmini strudanu l’uomu, li figghi strudanu li mammi”.
Al legame di sangue si aggiunge quello morale e spirituale e la mamma, intesa anche come moglie, ha un ruolo non solo comprimario all’interno della perfetta società familiare e così “na famigghia si distingua si lu maritu tira e la mugghieri spingia”. Ed anche oggi, se si vuole, in una società aperta, culturalizzata, polivalente, in una famiglia non più chiusa solo fra quattro mura o nel piccolo borgo.
Perché, come si ricava anche dal Messaggio del Concilio Alle Donne: “ …Voi donne avete sempre la missione di salvare i focolari, l’amore delle fonti di vita. Voi siete presenti al mistero della vita che comincia. Voi siete le consolatrici al momento della morte. La nostra tecnica rischia di diventare inumana. Riconciliate gli uomini con la vita….Spose, madri di famiglia, prime educatrici del genere umano…trasmettete ai vostri figli le tradizioni dei vostri padri, nello stesso tempo che li preparate ad un imprevedibile futuro. Ricordate sempre che una madre, mediante i propri figli, appartiene a quell’avvenire che lei non potrà forse vedere.”

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Maggio: Mese dedicato a Maria Santissima e alle rose.

mese di maggio dedicato alla madonna
In questo mese mariano, mese delle rose e della Madonna, come eco dolcissima, dalla cima della nostra Parrocchia, s’innalzano ampie verso il cielo note che mente e cuore di uomo seppero comporre. Ave Maria di Schubert, preghiera dell’infelice, giubileo del felice, in onore alla Vergine Madre. Arcane e suggestive, maestose e sottili, ora invocazione o supplica, ora fremito ed angoscia, sembrano testimoniare l’ansia di ogni uomo che volge al suo declino, allorquando il viso, l’anelito, in profumo di parole, si fanno spirale leggera per farsi nunzie all’anima.
“Ave Maria”: lacrime fatte perle nell’invocazione del credente, nel pentimento del peccatore che mani di angeli, a schiere infinite, portano in calici preziosi al trono del Signore. Lungo le aeree vie del cielo, sù verso gli infiniti prodigi della volta celeste, oltre il baldacchino astrale che ammiriamo, trapunto di infinite e policrome gemme, volano gioiosi gli angeli, in carole dalle figure prestigiose, danzando, perché ancora altri uomini pregano o si commuovono ascoltando “Ave Maria”. Le volte dei templi più grandi sembrano dilatarsi al’infinito, gli organi sembrano contenere le voci tutte delle creature e delle cose mentre i cuori e le menti, fattisi ingenui e irrazionali, rivivono miracolosamente, i tenui fantasmi, le azzurre e rosee leggende dell’infanzia, allor che fate gentili gnomi sereni e pacifici vincevano l’orco e sgominavano il lupo feroce. Da quali forze sono conquiso? La Malia e l’incanto delle terre, la suggestiva orrida bellezza delle valli della mia Calabria e ametiste dei laghi, il sorriso fanciullo dell’aurora, il sereno addio del sole nel suo tramonto, i trilli melodiosi e appassionati dell’usignolo, il chiaro volto della donna amata, sono elementi che si adeguano ai sensi, bellissimi e deliziosi, ma incapaci, comunque, di far comprendere cosa io sento quando ascolto l’Ave Maria. Forse ogni nota per me è un messaggio d’amore che la Madre di Dio destina al mio cuore di uomo, volto alla contemplazione della bellezza e alla difficile attuazione della bontà. Forse ogni gentile fremito e l’estasi che io avverto nell’essere, sono comunicazione e indice del cosmo armonioso che cerco ovunque e in me stesso, e che soltanto note sanno farmi cogliere nei rapporti essenziali ed esterni.
Solo so dire, o Madre di Dio, che l’Ave Maria cantata dalle gole degli organi sa infondere serenità e farmi attuare buoni propositi, sa commuovermi e donarmi le ali al gran volo della fantasia perché la Fede opera nel cuore, perche tu, o madre di Dio, nella tua femminilità eterna, nel volto trasognato e nell’accorato dolore che subisti, nel meraviglioso sorriso delle gioie che conoscesti, nel ritmo delle preghiere che indirizzavi al tuo Divino Unigenito, nel lieto e suggestivo trapasso da questa a quell’altra vita, Tu fosti Donna e come tale degna di essere celebrata ed amata dagli uomini che usarono sempre il loro genio e le loro lacrime per farne musica e preghiera che forse gli Angeli emulano invano. Ave, o Maria!

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