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Poesia e Satira | L’onda di bonaccia di Bruno Tassone.

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Col linguaggio semplice e chiaro esprime l’amore, la solitudine, l’amicizia, la sofferenza, l’esodo, il paese, se stesso, osservatore attento che riesce a coinvolgere il lettore immergendolo nel mondo dei sentimenti.


Bruno Tassone Londa di Bonaccia
Ci ha sempre deliziato, negli anni, di belle raccolte poetiche, poesie scritte tra il serio e faceto: Ppì vv’arricurdàri i ricurdàri del 1995, i racconti U salònu du varvèru del ’98 opera presentata dal poeta e scrittore Emilio Argiroffi, Fammi parràri e diri e la “Grammatica e dizionario del dialetto crotonese” entrambe del 2000 ed altre ancora. Questa volta l’amico e conterraneo Bruno Tassone, seppur crotonese, pluriaccademico, già ospitato a pieno titolo nella nostra Pagina della Poesia, ci regala L’onda di bonaccia una raccolta di “Poesie e satire di lingua e dialetto crotonese”( Punto Stampa Congi, Crotone, 2017), arricchita, in copertina,da una piacevole immagine, olio su tela dello stesso Autore, “Costa crotonese”.
Non deve trarre in inganno il sottotitolo giacchè il nostro Bruno non ha mai abbandonato le sue radici, dove è stato concepito, Serra San Bruno la città della Certosa e dei grandi artisti ed in particolare del tanto celebrato poeta dialettale Mastro Bruno Pelaggi, oggi voce dell’Encicolpedia Treccani, al quale somiglia molto, al quale ha attinto tanta arguzia e tanta ironia sottile, velata e triste, come vedremo nella seconda parte del libro, oggetto di questa nota. Dicevo Serra San Bruno, dalla quale non ha mai rescisso il cordone ombelicale, tenendola sempre a parte come fa nella lirica Sotto le mura dell’erma Certosa, compresa in questa raccolta.
Rileggiamola insieme: “Boschi sognanti in infinito languore,/ cielo di nebbie e di tenui riflessi,/ in me scolpiti a suoni, visi e ardore/ ai pioppi di san Rocco in fila messi /all’algido Ancinale, che, senza fretta, il sembiante qual lacrima ti riga./ Da quel villaggio di Ruggero conte, sotto le mura dell’erma Certosa,/ all’ombra dello svettante monte,/ al Santo ancor legata e rispettosa./ Stella caduta sulla smeralda terra,/ dove espressione d’una stupenda idea,/ il caro aspetto, la storia tua, oh Serra,/ nel mio immaginar ancor crea./ Solo se penso a te, e tu sei avvezza,/ culla d’arte, di fede e di passione,/ mi avvolge una languida dolcezza/ e i tuoi siti scorron in processione./ M’inebria il vento e il mulinar di foglie/ e il suon delle campane m’accarezza,/ di partir ver’ te tornano le voglie/ e mi sento sfiorar da fredda brezza.” È una bella pagina di alta poesia, una pagina di memoria in cui si riscoprono emozioni, figure, fatti, luoghi che risultano familiari ad ognuno di noi, a tutti i serresi. Col suo stile sobrio, incisivo, immediato, analizza nel particolare i vari stati d’animo e i loro molteplici aspetti., come nella lirica La voce del silenzio che dà l’incipit alla silloge: “Solo./ Le pareti impietose,/ riducono le dimensioni./ Lo spazio è sempre più angusto./ Il silenzio,/ lentamente si insinua/ e, col suo freddo abbraccio,/ avvolge ogni cosa./ L’arredo perde forma,/ la luce si fiacca,/ la paura sconfigge lo spirito:/ il buio vince./ È triste ascoltare/ la voce del silenzio”.
Piace ripetermi nel dire che proprio con lo scrivere chiaro e semplice, riesce a scalfire quelle che sono le ruvidità della vita o di un cuore acerbo e chiuso al volo della fantasia.
Mediante questo linguaggio esprime l’amore, la solitudine, l’amicizia, la sofferenza, l’esodo, il paese, se stesso insomma, osservatore attento che riesce a coinvolgere il lettore immergendolo nel mondo dei sentimenti. “Parto,ti lascio/ ma tra queste crepe/ su questo arido suolo/ incrostato da tessere d’argilla,/ ritorno….Il vento caldo di scirocco/ disperde il lamento di chi soffre la fame./ Terra bella e amara/ ingrata verso i tuoi figli/ e sorda al loro pianto…T’amo/ t’amo troppo/ per maledire il tuo fare./ Vestita col giallo di ginestra/ e il rosso dei papaveri/ t’immergi nell’azzurro mare/ e dimentichi i tuoi figli,/ convinta che il raccontare le storie,/ del tuo glorioso passato,/ seminate dal vento/ e sepolte dal tempo,/dia quanto basta…”. (Ritorno). Versi rivestiti di dolore, di abbandono, di nostalgica melodia, amaro canto alla Calabria. Di pagina in pagina, di poesia in poesia, in tutto il suo itinerario poetico, Bruno Tassone esprime e vuole esprimere le molteplici emozioni di una vita, una vita sicuramente comune a tante altre, riuscendo ad elevarsi e a lanciare il suo grido forte e chiaro, quello dell’animo, del cuore. Basta leggere e cum-prendere, fra le altre, Rimpianti soffocati, Lacrime, Alla luce di un cero, Anima malata.
Nella seconda parte del lavoro editoriale, come cennato sopra, c’è tutta l’arguzia, l’ironia, il sarcasmo tipici del serrese e del suo Maestro, quel Bruno Pelaggi che, assieme al granito, ha scolpito memorabili versi di dolore, di denuncia, di disperazione tratte dalle condizioni disumane del tempo, dopo l’Unità d’Italia. Bruno Tassone ne è l’impeccabile erede. Leggiamo, fra tutte, N’hannu pijàtu pur’a dignità, laddove denuncia: “Centucinquànta ni su’ passati ormàji/ i quannu ni chiamàvunu briganti,/ anni i fama e suffirènzi tanti,/ e sempi ‘mbrolicàti i lutti e guàji.// N’hannu pijàtu tuttu, pur’a dignità!/ ‘Nu pòpulu, specchju ppi ru munnu,/ l’hannu carculàtu propri cunnu/ picchì lottava ppì ra libertà.// For’u Borbònu e for’u Piemuntèsu/ lizànnu i bannèri e ri stendàrdi,/ n’amu cuddràtu u diri i Garibàrdi/ ma ‘nta casa n’ha misu u giargianèsu.// Pàssanu l’anni e l’èsseri ‘taliani/ oramàji nì cunsulàva a tutti/ ma ppì fari l’Italia: ancòra lutti/ e bacchettati ancòra dint’i mani.// Mò basta però, nuji simu stanchi/ u tràttunu a bannèra ‘na mappina/ quattru vavùsi, ‘mbromi i cantìna,/ non fatt’i crita ma sulamènt’i zzanchi.” Più avanti esplosive liriche di satira politica che ogni crotonese e non solo dovrebbe prendersi la briga di leggere: Ogni settimana versi al cianuro, Falchi con cervello da prede, C’è bisogno di pane e lavoro e altre ancora.
Ogni altro commento o considerazione li lascio al lettore attento.

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