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Il sogno di Ayaan | Un racconto di Anna Maria Chiapparo.

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Il sogno di Ayaan
Camminavo senza fretta, infagottata nel mio lungo cappotto. Faceva freddo quella sera, ma avevo voglia di sentirmi sferzare il viso dalle folate gelide. Avevo bisogno di respirare il freddo fin dentro l’anima ed inebriarmi di aria. C’era una piccola fiera notturna nel quartiere, di quelle paesane e l’aria natalizia, anche se il Natale era ancora lontano, cominciava a farsi sentire. La gente desiderava uscire, stare in compagnia, voleva ridere, amava l’allegria…io no. Non amavo tutto questo. Non ero asociale, ma la confusione mi stordiva e l’allegria mi rattristava. Preferivo starmene per i fatti miei ed uscire solo se necessario. Ero giunta da poco nella bella città di Siracusa per una supplenza scolastica che sarebbe durata fino a fine giugno e dovevo ancora ambientarmi, ma soprattutto cercare una casa o una stanza in affitto. Da qualche giorno vivevo in una pensione vicina al centro storico e vicino alla scuola dove insegnavo storia dell’arte. Con mio marito, professore di matematica e i nostri due figli, Luna di dieci anni e Matteo di quindici, avevamo deciso di accettare quel lavoro. Ero precaria da molto tempo e qualche soldo in più, nonostante le spese, faceva sempre comodo. Il mio sogno era naturalmente quello di uscire dal precariato e non potevo rifiutare nulla. Vivevamo a Roma da sempre, fortunatamente vicini a mia suocera che avrebbe dato una mano coi ragazzi. Stranamente quella sera, seppur stanca, una vaga inquietudine mi spingeva fuori, nella fredda aria dicembrina.

Attraversai lentamente il ponte Umbertino e mi soffermai a guardare le barche ormeggiate che dondolavano dolcemente come cullate da un’ invisibile melodia. L’acqua sembrava immobile nell’oscurità, ma qua e là s’udiva un flebile sciabordio lungo le chiglie fluttuanti. In quella zona c’era poca confusione mentre dal mercatino arrivavano voci, risate, profumi, pianti e grida gioiose di bimbi che giocavano sul piccolo trenino delle giostrine. Il buon profumo di mele caramellate si mischiava con quello acre delle caldarroste che fumavano in un calderone ben visibile da dove mi trovavo. I commercianti invitavano ai loro banchi colmi di mercanzia. Ortigia, già addobbata a festa con le luminarie natalizie, in vista della festa della patrona Santa Lucia, sembrava magica. Avevo visitato ancora poco della città e data l’ora non volevo allontanarmi dalla pensione. Mi ero già riproposta di uscire la domenica seguente. Decisi svogliatamente di fare un giro veloce tra le bancarelle e poi rientrare al calduccio della camera dove alloggiavo. Alle otto avevo appuntamento con la mia famiglia via webcam. Non era la prima volta che mi allontanavo per lavoro, ma ogni volta la lontananza era sempre più dura. Tutte le sere davo la buonanotte ai miei figli e a mio marito virtualmente, e ringraziavo il cielo per questi nuovi strumenti che abbreviavano in qualche modo le distanze. Da tempo non giravo in un mercato ma nessuna emozione, nessun ricordo piacevole, mi sovvenne. Le cineserie avevano invaso la nostra quotidianità. Tutto sembrava identico. Solo i banchi di dolciumi, tronfi di leccornie, si distinguevano. Erano i più illuminati e colorati. Caramelle di tutti i tipi e aromi vari si mescolavano tra loro in un tripudio festoso che ammaliava grandi e piccini.

-Posali se non hai i soldi!- Un vocione arrabbiato destò la mia attenzione. “T’ajju dittu i posallu! Capisti?”- (T’ho detto di posarlo, hai capito?) Lo vidi là, vicino ad un banco di frutta secca, con in mano un fascio di rose rosse e in un’altra una vaschetta di datteri. Un ragazzetto dalla carnagione scura, i capelli corti, ricci ricci e due occhi d’ebano vivaci. L’espressione di chi era indeciso se correre via col bottino in mano o posarlo mestamente. M’avvicinai e senza pensarci, rivolta al commerciante, chiesi: -Quant’è?- -Due euro, signorina!- Pagai e consegnai la vaschetta al ragazzo che aveva osservato tutto e faceva cenno di no con la testa. -Prendili. Sono per te.- Con un gran sorriso chinò il capo e li prese felice. Sì, sembrava proprio felice di quel piccolo dono. Ricambiai il sorriso e me ne andai, mentre udivo il commerciante borbottare qualcosa nel suo dialetto catanese. Fatti pochi passi, una mano mi toccò il braccio. -Signo-rrina! Per te.- Il ragazzo mi stava porgendo una delle sue rose. -No, non devi. Devi venderle- Gli dissi. -Per te, per te!- continuava a ripetermi col più bel sorriso che avessi mai visto. L’accettai e lo ringraziai. Lui continuava a sorridere e a guardarmi. Avrà avuto si e no sedici-diciassette anni. -Io Ayaan! Mio nome!- -Io Elisa- Risposi. Aprì la confezione di datteri e me la offrì. -Tu prima!- -No, grazie. Sono tuoi. Li ho presi per te- -Capito io, ma io dividere con te- Ne presi uno col sottile bastoncino e lo ringraziai. Poi fu il suo turno. Non dimenticherò mai la sua espressione quando l’assaggiò. Chiuse gli occhi e cominciò a parlare nel suo italiano stentato. -Vedere mio paese, io. Desider-rato tanto questo!- -Di dove sei?- Chiesi -Alger-ria- Mi rispose con la sua erre un po’ moscia e cominciò a raccontarmi del suo viaggio insieme ad altri conoscenti del villaggio. -Tutto bene, viaggio. Buono tempo e io arrivato bene qui, ma tanto freddo, tanta sete. Mangiar-re pane, ma no acqua. Brutta sete!- Raccontava e ricordava tristemente quel viaggio della speranza verso le nostre coste. Gli occhi si velarono di malinconia. “Dono del Signore” Significava il suo nome, o almeno, così capii dalle sue spiegazioni. I suoi, già avanti con l’età non aspettavano più un figlio e per loro, lui era un vero miracolo. Un dono da custodire e da far crescere il meglio possibile. Per questo avevano deciso di mandarlo oltre mare a cercare di costruire un futuro migliore. Già…un futuro migliore per Ayaan e tanti altri come lui. Per tanti giovani che non hanno speranza e non credono più in nulla… Mi parlò a lungo di se ed io l’ascoltai con attenzione. Il suo accento strano mi faceva un po’ ridere. Era di una simpatia unica. La malinconia passò subito ed apparve vispo ed allegro. Viveva in una casa famiglia per minorenni extracomunitari e di sera, quando poteva, cercava di vendere qualcosa per mandare pochi spicci ai suoi in Algeria. Sprizzava gioia, parlando. In una mezz’oretta mi raccontò quasi tutto di se. All’arrivo a Pozzallo aveva cercato di scappare insieme ad altri due giovani, ma dopo una breve fuga, li avevano trovati zuppi d’acqua e stremati dal freddo. Lui aveva la febbre alta e ci volle un po’ perché si riprendesse ed essendo minorenne non lo mandarono ai centri di accoglienza strapieni, ma prima a Catania e da qualche mese si trovava a Siracusa. Era in Italia da quasi due anni. Il destino sembrava benevolo e si trovava bene nella casa che lo ospitava. Si fidavano di lui e poteva uscire libero. Non erano prigionieri in fondo, ma solamente disperati in cerca di rifugio. Continueranno le guerre, gli attentati, le pandemie, “i viaggi della speranza” di milioni di profughi che cercano una vita migliore…la vita scorrerà col suo solito tran tran stressante… Forse vivremo nel buio di questa vita che va dal grigio al nero troppo in fretta e ci catapulta in baratri senza luce, ma poi… Mai perdere la speranza in un futuro migliore e il sole sorge ogni mattina proprio per ricordarcelo e così come l’alba si veste a festa per accogliere il nuovo giorno, così dovremmo far noi.

Aveva un sogno Ayaan e me lo raccontò. Desiderava tanto portare in Italia i suoi vecchi genitori, ma non su un barcone della speranza, no…il suo desiderio era un giorno quello di andare a prenderli personalmente su un aereo di linea e farli viaggiare come signori verso una vita se non migliore, almeno più tranquilla, più serena. Sembrava un fiume in piena. Parlava e parlava. Gli occhi ora s’illuminavano, ora diventavano tristi, ma sorrideva tanto e non stava fermo. Pensai anche che avesse freddo e glielo chiesi, ma mi disse che stava bene. Non aveva più avuto freddo da quando era arrivato. Ricordai del collegamento con la mia famiglia e lo salutai anche se a malincuore. Mi piaceva ascoltarlo. Chissà, magari lo avrei rivisto in giro per la città a vendere le sue rose. Gli augurai di realizzare il suo sogno e mi ringraziò con un inchino e un sorriso. Restai a guardarlo sgusciare tra la folla che stava aumentando e m’incamminai con la mia rosa in mano. Decisi che non l’avrei buttata una volta appassita. L’avrei chiusa tra le pagine di un libro e un giorno, ritrovandola, avrei raccontato di quell’ incontro ai miei figli. Avrei raccontato loro che seppur costretti alla lontananza per lavoro, eravamo molto fortunati mentre intorno a noi, spesso senza nemmeno rendercene conto, milioni di persone soffrono per motivi ben più grandi dei nostri. Viviamo mondi paralleli con esseri umani che come noi soffrono, amano, aspettano, sperano…eppure, troppo chiusi nei nostri recinti di burocrazia, di lavoro, di stress, di pregiudizi, preferiamo spesso per comodità, o per pigrizia, anche per paura, stare di qua dal recinto. E’ più sicuro. Oltre vi è l’ignoto e non siamo più capaci di esplorare. Preferiamo i nostri caldi rifugi, ma spero che un giorno tutto cambierà ed abbatteremo senza reticenze quei recinti ingombranti che ci dividono. Ed io voglio crederci ancora per il sorriso di Ayaan e per quello dei miei figli. Mai perdere la speranza in un futuro migliore. Il sole sorge ogni mattina proprio per ricordarcelo e così come l’alba si veste a festa per accogliere il nuovo giorno, così dovremmo far noi squarciando tutti i recinti della nostra coscienza e i silenzi che molto spesso ci opprimono.

Domenico Calvetta
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