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Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

Gioacchino Giancotti
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È Antonio Franzè il vincitore del Premio “Vincenzo Ammirà” di Vibo Valentia.

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Il poeta di Nardodipace si è imposto con “Terra ‘ngrata”, poesia vissuta, amaramente vissuta, rinverdita dal pianto continuo, ancora oggi

antonio franze premio ammira terra ngrata
Mai Giuria fu così precisa, competente e capacissima nel giudicare una poesia concorrente ad un Premio letterario. Sto dicendo della Giuria, presieduta dalla poetessa e scrittrice Caterina Tagliani di Sellia Marina e formata dai pluripremiati poeti Silvana Costa di Serra San Bruno, Anna Maria Deodato di Palmi e dal vibonese Pippo Prestia e dalla raffinata linguista Angela Varì di Soriano Calabro. Giuria che molto giustamente ha assegnato al nostro collaboratore Antonio Franzè, per la poesia in vernacolo “Terra ‘ngrata”, il 1° premio della 1^ Edizione del Concorso letterario “Vincenzo Ammirà” organizzato dall’omonima Associazione culturale di Vibo Valentia presieduta dall’intraprendente pittrice Caterina Rizzo.
Un riconoscimento ad una poesia che ben risponde ai dettami del concorso che vuol celebrare Vincenzo Ammirà, grande poeta che, alla stessa stregua di Mastro Bruno Pelaggi, il poeta di Serra San Bruno, sdegnato, ha lanciato un grido d’allarme per denunciare l’ingiustizia sociale e l’estrema miseria che cominciò a regnare dopo l’Unità d’Italia,. Un premio che l’umile Franzè considera “ una bella soddisfazione, vincere, nella mia terra, il primo premio dedicato a Vincenzo Ammirà, annoverato tra i ‘poeti maledetti’, per aver scritto contro il potere e 'il buon costume', non ha prezzo. Sono davvero onorato e commosso”. Così è Antonio Franzè, nativo di Nardodipace, Vecchio Abitato, e residente nella non lontana Simbario. Già, Nardodipace! Il nostro Franzè ha percorso le alterne vicende, sempre in bianconero, di questa sventurata e desolata landa di Calabria dove non è mancato niente davvero: isolamento, alluvioni, dissesto idrogeologico, fame, estrema povertà, abbandoni, emigrazione, non sempre fortunati ritorni. Un’amara realtà ben ricostruita, in tutte le sue sfaccettature psico-sociologiche, anche dal nostro Sharo Gambino nel suo “Sole a Malifà” del 1965.
Pertanto la poesia, come la vita, non poteva non risentire di questo particolare modus vivendi e vestirsi di umiltà e fede nei valori della buona gente di montagna.
In questo clima il buon Franzè ha scritto tanto ma tutto gelosamente custodito nel cassetto e non solo poesie ma addirittura un libro ed un altro in cantiere. Sicuramente lavori che meriterebbero l’attenzione editoriale. Bella eccezione la lirica Canto di dolore, presente nel portale della nostra Rivista Santa Maria del Bosco, riscuotendovi molto successo: Nello stesso portale è pubblicata anche una parodia dantesca sulla politica locale. Piano piano è uscito dal guscio del timore e ciò ha aiutato la sua autostima. Non pochi i riconoscimenti: menzione di merito nel 2018 a Genova
al primo concorso artistico letterario internazionale "Athena Ars" dell’Edizione Atlantide e ancora qui il premio Atlantide con la lirica "Calabria". Ed ancora premio "Persephone - Fiori di Poesia"; un primo posto nella sezione religiosa con la lirica "Eremo sacro". Successivamente con l’Editore Aletti una menzione di merito nell’ambito de "La giornata mondiale della poesia"; una menzione di merito al "Paese della Poesia" edizione 2018 e alla 3^ edizione del Premio "Maria Cumani Quasimodo". Recente riconoscimento, oggetto di questa nota, è, come citato, il 1° premio della 1^ Edizione del Concorso letterario “Vincenzo Ammirà” per la lirica di seguito riportata:

Terra 'ngrata

Nu cartuni pi valiggia, ligatu cullu spagu,
lu vistitu di marìtu, alla mìagghjiu ripezzatu,
quattru sordi ntra' la bùggia, lu biglìattu mu mi pagu,
nu sirvìattu già conzàto cullu pani e lu salàtu.
E tu, screnca, chi mi guardi cu lu cùari ntra li spini
e non smìatti cchiù mu ciàngi ca facisti già nu lagu
trasi e nìasci di la stanza, cu' alli mani ddui lumini
e n'abbattaru di lignu, mu l'appicci a devoziùani:
"La Madonna mu ti guarda ogni passu chi camini!"
e non passa cchiù na sira, chi non dici l'oraziùani,
mo chi rìasti sempi sula, culla testa allu vrascìari
e alli mani lu rosariu, nommu cadi in tentaziùani.
Mindi vaju di sta terra, fatta sulu d'armicìari,
vajiu n'ciérca di fatiga, ca sta fami non s'astuta,
non mi ferma la pagura di li genti furistìari,
è cchiù forti la miseria, nigra, brutta e strafuttùta.
St'agra vita mi tingìu, senza scùarnu, ne riguàrdu,
notti e jiùarnu mu travàgghjiu, culla schina già scurrùta,
pi nu mùarzu di pizzata e nu tùazzulu di lardu.
Non ci fudi mai Natali ntra sta casa affumicata,
di nu jùarnu di ripùasu oramai non m'arricùardu,
mai na ntìcchjia di risata, mai na festa cumandata,
sulu fami e grami tìampi, malasorti chi ni vinna!
Non si pota jìri avanti, non è vita mu si pata,
oramai su rassegnatu, vàjiu e mùngiu n'atra minna,
chista moni è già stìrpata, e sustànzia non 'ndi torna,
carchidùnu resta ancora, pi 'nnu sordu chi non 'ntinna
ca sta terra amara e 'ngrata, chi di ràsuli s'addorna
tena cchiù alli furistìari, e alli figghji dassa corna.

Una poesia vissuta, amaramente vissuta, poesia rinverdita dal pianto continuo, ancora oggi. Qui, il poeta di Nardidipace, meglio la sua fanciullezza e giovinezza hanno stampato espressioni figurate di sensazioni emotive che lasciano esprimere versi semplici e spontanei intrisi di tanta sofferenza non priva, talvolta, di rassegnazione. Una lirica limpida, dal tema mai obsoleto, che riesce a comporsi in nitide immagini di interiorità vogliose di tenersi legate in un intenso abbraccio d’amore. Insomma versi che riescono con semplicità lessicale e facilità di comunicazione, data dalla tipicità del vernacolo, a stabilire osmosi tra il Franzè e il lettore toccando il sentimento e provocando emozioni.
Appuntamento a Vibo Valentia il prossimo 15 giugno, presso l’Hotel 501 dove si terrà la cerimonia di premiazione.

Domenico Calvetta
Marco Calvetta
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