Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

Il passato passato. Rosita.

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Rosita gambino
Non so da dove cominciare, sarebbe bello andare indietro nel tempo in cui giocavamo a nascondiglio “ntra lu casalinu” palazzo Chimirri, e poi, stanchi, siedevamo allo scalino difronte casa sua. Rischierei di tediare il lettore: allora della nostra fanciullezza tutti i bambini del paese giocavano a nascondiglio. Salto allora quel periodo, come quello in cui adolescenti, siedavamo sul balcone sotto la pergola. Io seguivo Vinicio, il fratello, mio compagno ed amico, a volte maestro.
Oltre ad essere compagni di giochi e coetani, eravamo compagni di scuola. Quell’anno, l’ultimo, la classe era formata da sei ragazze e nove maschi: quindici. Io ne ricordo cinque ragazze: Bettina, la piú loquace; Maria, la piú amichevole; Celestina la piú corteggiata; Graziella la piú diligente e lei, Rosita, la piú tutto!
Abbiamo giocato insieme fino alla pubertà, poi, per quello squilibrio naturale fra maschio e femmina, lei era diventata signorina ed io ero rimasto un ragazzino: tant’è! Succede sempre così. Anche verso i diciott’anni, lei ormai donna, era distante le mille miglia dal giovanotto che, pur ostentando una certa eleganza, rimaneva un giovinastro.
La chiamavo Vivien Leigh, come la grande attrice che personificava Rossella O’Hara di “Via col vento” allora, nel subito dopoguerra, il film piú grandioso. A lei piaceva.
Facevamo le parole crociate, quando avevo i soldi per comprare la Settimana Enigmistica...coi suoi soldini lei comprava i giornali illustrati allora di gran moda. Era superiore alle convenzioni, anzi, le provocava. Quando c’incontravamo sul corso, mi prendeva a braccetto, io non osavo, e passeggiavamo: cosa rara per 70 anni addietro, quasi uno scandalo. Scandalo o no “jio mi sintia n’atru tantu”.
Ci vantavamo di essere serresi di adozione: lei era nata a Vazzano nel mese marzo, io a Santa Caterina nel mese di luglio, del ’31. I due paesi erano allora in provincia di Catanzaro.
Poi le partenze. Abbiamo passato la nostra vita fuori, lontano. E sì che al paese eravamo attaccati...
Al mio ritorno dalla Svizzera voleva che le parlassi in francese. Avevamo studiato la lingua all’Avviamento, per tre anni.
E l’addio. Nel ’56 partivo per il Canada. “-Allura ti ‘ndi vai” diceva, porgendomi la mano. Col resto della famiglia grandi abbracci, con lei una stretta di mano.
E’ partita anche lei da Serra. Era andata a Roma a seguire un corso per divenire infermiera della Croce Rossa Italiana. Poi al San Camillo di Roma a esercitare la nuova professione.
San Camillo...ma, che parentela esiste fra questo grande ospedale e Serra San Bruno? Prima dell’ormai caposala Rosita Gambino, un’altra grande serrese, per oltre mezzo secolo, era il “Deus ex macchina” del celebre nosocomio. Suor Camilla Papaleo, poi superiora, riceveva i serresi che andavano a farsi curare nella capitale. Anzi, e la mia memoria è solida, ricordo:..” Duvi fusti operatu” “ Dha suor Camilla”. Vado fuori tema ma non fuor di luogo: “...mi trovavo(1953) alla stazione Roma Termini. Facevo il militar soldato. Vedo un compaesano (nipote di Vigilanti, abitava dietro la pretura). Mi mostra una lettera. Era di donna Luigina Tedeschi ed indirizzata a suor Camilla. In essa, la raccomandazione di prendere cura, di assistere, il compaesano latore. Tanto bastava a farlo ricoverare. L’ho seguito e guidato...
Col tempo, le promozioni. Oltre ad essere caposala, Rosita era divenuta la docente nella scuola per infermieri crocerossini nella scuola “Edoardo e Virginia Agnelli”. E c’era ben d’onde: in casa sua, in quel vicolo Sette Dolori c’erano libri dappertutto, e lei ne ha letti...: una famiglia di studiosi, d’insegnanti, di scrittori...di professionisti. Che gloria! Per Fortunata ed Antonio Gambino.
Dopo la pensione ha fatto ritorno a Serra. La sua grande esperienza, e che esperienza, l’ha dedicata allora ai pazienti del dr. Lello Barillari.
Ci siamo rivisti un venticinque anni addietro, allora di un mio viaggio in Italia. Abitava con la sorella Licia, la cara Licina.
“-A Rosita chi fai?” “- Chi vue mu fazzu, liejiu, ricamu...” Era una ricamatrice provetta, ha fatto tanti lavori: dove andranno? In casa di Elio, il piú giovane dei fratelli o di Franco, poco piú vecchio?
Se mi fossi trovato a Serra, alla sua morte, ne avrei fatto l’elogio funebre, lontano, ho pregato per lei ed ho pianto.
                                                                      Da Montréal, Ciccio Pisani di li Guerri

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