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Devozioni religiose e pietà popolare. Il ruolo delle Confraternite serresi.

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Devozioni religiose e pieta popolare serra
Il ruolo delle confraternite nella vita religiosa e civile del territorio delle Serre costituisce certamente un dato storicamente consolidato, a tal punto che, a ben vedere, non occorrerebbe neppure ribadirlo. Uno sguardo di lungo periodo consente, d’altra parte, di osservare come la loro storia abbia segnato la vita di queste comunità pure in epoche precedenti rispetto a quelle di fondazione delle attuali associazioni confraternali. La documentazione superstite permette, infatti, di constatare con precisione come, già dagli inizi del XVII secolo,  nella storia religiosa di Serra e delle Serre fosse riscontrabile la significativa presenza di comunità laicali e di luoghi pii. Ne danno testimonianza la relazione e i relativi decreti della Visita apostolica che Mons. Andrea Perbenedetti, vescovo di Venosa, effettuò presso il monastero certosino, nel paese di Serra e nei territori sottoposti alla giurisdizione della Certosa a partire dalla seconda metà di luglio del 1629. Nella chiesa parrocchiale di San Biagio l’illustre prelato visitò la comunità del Santissimo Sacramento; quella di Santa Maria delle Nevi, al cui altare era annesso un  Monte di Pietà che aveva la funzione di far celebrare delle messe in suffragio dell’anima dei propri aderenti in misura proporzionale alla quantità degli oboli versati in vita; quella del Santissimo Rosario, caratterizzata dall’uso di abiti di sacco, bianchi e col rocchetto nero. Altre comunità del Santissimo Sacramento e del Santissimo Rosario il vescovo venusino ebbe modo di trovare nella chiesa parrocchiale di Spadola, paese che ospitava nella chiesa di San Nicola anche una comunità laicale col medesimo titolo. Dell’esistenza di una congregazione laicale “chiamata del popolo”, eretta nella chiesa di San Giovanni a Serra e certamente presente nel Settecento, siamo, inoltre, informati da una lettera del priore certosino Dom Pietro Paolo Arturi conservata nell’Archivio di Stato di Napoli. Ciò vuol dire che la partecipazione dei laici serresi alla vita della Chiesa già nei primi decenni del Seicento era un dato acquisito, ma, tuttavia, la presenza di un nucleo significativo di comunità laicali lasciava ugualmente spazio per la diffusione popolare di nuove devozioni e, in particolare, com’è noto, di quella “affiliazione” mariana che a Serra successivamente troverà momenti degni di rilievo nel duplice culto (nel quartiere di Terravecchia e in quello di Spinetto) dell’Assunzione della Vergine e nella devozione verso Maria SS. dei Sette Dolori. Il ruolo delle confraternite è stato, peraltro, sempre centrale nella religiosità popolare, come si vede in un’inedita cronaca seicentesca del monaco certosino Dom Urbano Florenza che documenta come esse partecipassero sin da allora alla processione di San Bruno a Pentecoste, nella quale prendevano posto anche dei flagellanti che si percuotevano a sangue e, mediante i loro riti di auto-percussione, provocavano terrore nei fedeli inducendoli, nel medesimo tempo, alla penitenza. Tuttavia, i rapporti tra le confraternite non sempre erano improntati a mutua collaborazione e solidarietà, poiché le feste potevano essere talvolta occasione per affermare la propria supremazia, per ribadire o conquistare gerarchie, per misurarsi su un piano di valori al confine tra lo spirituale e il mondano. Ne fu un esempio la lite tra le Congreghe dell’Addolorata e dell’Assunta di Spinetto, durante la processione di Pentecoste del 1899, esplosa per la questione del trasporto del busto reliquiario di San Bruno. L’atto ufficiale che dava inizio alla “vertenza” era una lettera che il 24 maggio del 1899, durante il priorato di Giuseppe M. Pisani, informava il vescovo di Squillace, Mons. Raffaele Morisciano, di quanto era accaduto nelle circostanze del rito religioso, accusando gli “spinettesi” di aver usurpato il trasporto del simulacro a un certo punto del percorso. Il 28 maggio successivo il priore della confraternita dell’Assunta di Spinetto, Giuseppe De Raffele, inviava una lettera di chiarimento alla congrega dell’Addolorata, con la quale comunicava i provvedimenti assunti in merito dal proprio sodalizio: «1° Mandar lettera ufficiale a nome di tutti i confratelli, per  rinnovare le proteste del nostro affetto e del nostro attaccamento, verso la Reale Arciconfraternita della quale Ella è Capo. 2° Infliggere una severa punizione ai manchevoli, ad esempio degli altri e perché in avvenire niuno osi più far lo spavaldo o disubbidisca anche menomamente a quelli, il cui ufficio è di comandare. 3° Stabilire un convegno dei tre Priori, per determinare in iscritto, se occorre, le incombenze di ciascun Sodalizio, nelle processioni comuni». Non tardava nemmeno la lettera del vescovo, che, due giorni dopo, scriveva per sottolineare la necessità di conservare, nelle funzioni comuni delle tre confraternite serresi, «la pratica di consuetudine, anche nelle minuzie, osservando scrupolosamente il solito». La questione si chiudeva, in modo definitivo, nel maggio 1901, quando, con una sorta di capitolato d’intesa tra le confraternite serresi, veniva riconosciuta la precedenza all’Arciconfraternita dei Sette Dolori e si stabiliva «che viene dopo la congrega di M. Ss. Assunta in Cielo della città; e poscia quella di Spinetto; e ciò per diritto e per antica consuetudine». Una pagina di storia, quest’ultima, che conferma il peculiare ruolo delle “congreghe” nel composito tessuto socio-religioso del territorio.

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