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Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

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Padre Elia Catellani, un certosino fuori dal coro.

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intervista Padre Elia
Padre Elia Catellani è la voce fuori dal coro della Certosa di Serra San Bruno. La sua figura di religioso si eleva al di sopra e al di là dell’ordine di appartenenza e diventa l’emblema sui generis di una vocazione che varca i confini dell’ortodossia per superarli ed elevarli, aggiungendo quella marcia in più che fa la diversità ed entra nella sfera dell’eccezionalità. Eccezionale, infatti, è la sua tempra di solitario, eccezionale è la sua dedizione al silenzio, eccezionale è il suo desiderio di solitudine, eccezionale è la sua dedizione alla preghiera e alla austerità di vita. Di sicuro sono questi i principali valori su cui si regge la vita certosina, ma con l’impegno di osservarli fuori dalle mura della Certosa, lontano dal contatto con i compagni, oltre le mura della cella, libero dal suono della campana e, soprattutto, lasciati alla sola volontà del praticante. In questo modo e a queste condizioni la vocazione diventa una libera scelta e nello stesso tempo è fatto salvo l’ideale certosino che è l’unione intima con Dio nella solitudine, nella meditazione, nella contemplazione e nel silenzio. Padre Elia, come monaco di clausura, ha al suo attivo una carriera religiosa di tutto rispetto. Ha conosciuto l’austerità di vita di molte Certose in Francia, in Svizzera e in Italia.intervista Padre Elia1 Nel 1974 ha ricoperto l’incarico di priore nella certosa di Vedana (Belluno) dove per la prima volta ha fatto entrare nel monastero le telecamere della RAI per filmare la vita monastica dei monaci di San Bruno. Poi è stato trasferito nella certosa di Serra San Bruno dove è rimasto rinchiuso per oltre venti anni. Infine, la sua grande scelta, quella di lasciare la clausura per andare a continuare la pratica eremitica nel deserto di Soreto, in una località sperduta del territorio di Dinami (VV) a pochi chilometri da Mileto in Calabria. In questo luogo egli vive, oggi, da monaco eremita presso il santuario dei Santi Francesco dove, insieme all’avvocato Domenico Calvetta, suo amico da sempre, siamo andati a trovarlo e a scambiare con lui qualche parola sulla sua vita di asceta e di apostolo della fede.

L'intevista:

D. Padre Elia, lei è un certosino fuori della Certosa, che tipo di vocazione è la sua e come è pervenuto alla decisione di vivere da solo in questo luogo isolato?
R. Veramente non sono il primo, anche padre Cristiano prima di me aveva fatto una scelta simile. Tempo fa il fondatore di questo eremo, un certo don Ciccio Tozzo, andava alla ricerca di un monaco francescano a cui affidare la gestione di questo posto, ma non lo aveva mai trovato fino a quando non decise di bussare alla porta della Certosa. Dopo aver parlato con me personalmente, mi sono detto: “Perché non vado io?”. Così ho chiesto al Padre Generale di poter fare un anno di prova. L’esperienza mi è molto piaciuta e ho deciso di continuare. Ogni tre anni devo rinnovare la richiesta. Qui ho trovato un’ospitalità veramente eccezionale. Dal 96 al 99 non avevo incarichi pastorali, poi il vescovo mi ha dato l’incarico di amministratore da svolgere a Monsoreto. Dopo sei anni ho raggiunto l’età della pensione. Il vescovo ha nominato un parroco a Monsoreto e mi ha dato l’incarico di viceparroco a Dinami. Poi la completa solitudine nel deserto di Soreto.
D. Mantiene i contatti con la Certosa di Serra oppure, dopo tanti anni, si sente ormai estraneo?
R. I primi anni andavo di tanto in tanto a fare qualche giorno di ritiro. Quando poi ho preso la parrocchia di Monsoreto andavo soltanto a fare qualche visita e non più a fare qualche giorno di ritiro. L’ultima volta sono andato quando è subentrato il nuovo priore per conoscerlo e salutarlo. Sono poi tornato nel settembre scorso e dopo non più anche perché avevo sentito dire che la Certosa si era svuotata.
D. Come mai questo svuotamento per mancanza di vocazioni o per altro?
R. La Certosa di Serra viene considerata come una casa per monaci anziani, bisognosi di riposo. C’è stata una rifioritura col priore Jaques Dupont, proveniente dalla Gran Certosa il quale da qualche anno è stato trasferito a Roma come procuratore generale per rappresentare l’Ordine presso la Santa Sede. I Novizi presso la Certosa di Serra c’erano già prima della venuta di Dupont.
D. Ha intenzione di far ritorno alla Certosa per riprendere la vita certosina?
R. Assolutamente no. Io ho intenzione di morire in questo luogo. Sotto un certo aspetto qui sono più solitario. In Certosa la notte, se non ti presenti in chiesa, ti vengono a cercare, mentre qui no. Se sono ammalato, per fortuna, ho il telefonino e posso chiamare. In certosa otto ore erano dedicate alla preghiera, otto ore di sonno spaccati in due per la veglia e otto ore per tutto il resto. Per poter vivere ci vuole anche un hobby per riempire la solitudine. Il mio è lo studio e la ricerca. Qui passano molti giorni e non si vede nessuno. La domenica dico la messa nella cappella e allora questo luogo è più frequentato. A volte vado nelle parrocchie vicine per confessare e vado alla Madonna dello Scoglio una volta al mese.
D. Non potrebbe fare la stessa vita diventando rettore del Santuario dell’eremo di Santa Maria del Bosco.
R. (Sorride) Non è la stessa cosa. Qualcuno questo me lo aveva proposto, ma non è la stessa cosa. Lì si darebbe l’impressione di non voler fare la vita solitaria. Quello è, infatti, un luogo frequentato dai turisti, mentre questo no.
D. Qual è la domanda più frequente che le rivolge la gente?
R. Mi chiedono: “Non ha paura di restare solo, così?” “No, sono abituato”, rispondo.
D. Se potesse tornare indietro sceglierebbe di fare il certosino o il parroco?
R. Di sicuro il certosino. Mi piace la solitudine. Qualcuno mi ha chiesto di poter rimanere una settimana in solitudine, ma dopo qualche giorno con una scusa ha interrotto ed è andato via. Stare in solitudine non è facile.
Domande rivolte a padre Elia dall’avvocato Domenico Calvetta:
D. Padre Elia, ha mai avuto dubbi sulla fede?
R. Mai
D. Di tutte le cose che ha fatto quale non rifarebbe?
R. E’ una domanda che non mi sono mai posto.
D. Per quale motivo padre Cristiano era considerato un monaco speciale?
R. Ad un certo punto è venuto fuori che aveva qualità che non erano più conformi con la vita certosina e lui stesso non conosceva questo aspetto della sua personalità. Però essendo stato incaricato di confessare gli esterni, ha scoperto di avere una vocazione a livello spirituale piuttosto apostolica e questo lo ha portato a scegliere di uscire.
D. Padre Cristiano si potrebbe definire un carismatico, un vegente o niente di tutto questo?
R. Non ho mai sentito questo dai certosini. Non aveva poteri diversi da quelli degli altri monaci.
D. E’ vero che lei per un periodo ha fatto l’esorcista in Certosa?
R. Si ho fatto esorcismi, ma pochi, due o tre. Io cercavo prima di mettere gli indemoniati in grazia di Dio perché avevo l’impressione che per la gente era come andare da un mago. Alla fine si guarisce per suggestione.
D. Fra cento anni che scelta farebbe per la sua tumulazione?
R. Questo lo dico sempre a tutti. Io vorrei morire qua perché questo è il luogo dove ho vissuto di più. Mi piacerebbe anche essere seppellito in questo luogo. Ai due lati dell’ingresso al santuario ci sono due rientranze, in uno si potrebbe ricavare il posto per il loculo. La gente potrebbe venire a pregare sulla mia tomba perché, quando la chiesa è chiusa, non ha dove pregare. In alternativa preferisco essere seppellito in Certosa.
D. Lei ha paura della morte
R. No, so che è un trapasso. Non ho paura della morte, ma della sofferenza che la precede. Vorrei morire con calma dopo una malattia breve e senza soffrire molto.

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