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Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

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Antonio Romano, un medico eroe d’altri tempi e l’epidemia di morbillo del 1909.

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Il recupero di un volumetto intitolato “L’epidemia di morbillo in Serra San Bruno (1 maggio – 19 luglio 1909)” offre spunti e interessanti considerazioni sulla mentalità del tempo ma ancor più sulla dedizione del suo autore, il medico provinciale, dott. Antonio Romano, nato Simbario ma morto a Serra nel 1934, alla cura e alla guarigione degli infermi, per lo più bambini, che avevano contratto la malattia, importata dagli operai serresi che stavano risollevando i paesi del reggino devastati dal terremoto del 1908. La prima azione del dottore Romano fu l’obbligo alla denuncia dei casi di morbi esantematici per tutti coloro che avevano responsabilità in luoghi di convivenza collettiva: scuole, alberghi, famiglie, istituti. Tuttavia il popolo “su cui tristemente incombono la miseria e l’ignoranza” - sono parole dell’autore - organizzò per il 22 maggio una processione di San Rocco, il Santo taumaturgo legato alla peste, da cui si attendeva il miracolo. “Cominciò così ad espandersi il morbo in forma invadente e ad assumere aspetto minaccioso”. I colpiti da morbillo non guarivano ma erano presi dalla broncopolmonite che aggravava ancor più il quadro clinico. Tuttavia le processioni si moltiplicarono e la gente non smetteva di recarsi nelle case dei defunti. Quando ormai gli infermi avevano raggiunto il numero di 400 il dottore Romano propose al Sindaco Luigi Filippo Chimirri un’ordinanza per vietare tutti gli assembramenti ma i preti di Serra guidati da Don Domenico Rachiele non gradirono il divieto degli accompagnamenti funebri e “si insinuò nella plebaglia che i provvedimenti, più che da necessità sanitarie erano stati dettati dalle vedute antireligiose dell’Ufficiale Sanitario, il quale coglieva questa occasione per far guerra al clericalismo. Cogli analfabeti e coi poveri di spirito non si discute.”. Il sindaco purtroppo non vietò gli assembramenti e il dottore Romano rassegnò le sue dimissioni nelle mani del Prefetto continuando però responsabilmente a fare il medico. Le feste e le processioni continuarono a svolgersi normalmente mentre il numero dei morti aumentava. Intanto si era aggiunta pure la difterite! Antonio Romano non si perse d’animo e allestì un luogo di isolamento in contrada Guido. Le guardie urbane impedivano le visite e fortunatamente la difterite non si propagò. “Il popolo serrese, vera plebe, ancora non crede al contagio, e porta in giro le mute statue dei santi cui offre doni per ottenere la benedizione dell’aria”. Durante una visita: “In una casetta affumicata del rione Spinetto giacevano cinque bambini morbillosi nello stesso letto: una gallina e un maiale tenevano loro allegra compagnia”. Racconta il dottore Romano che appena entrato per visitarli la madre affermò che il contagio era volontà di Dio e che i medici non capivano niente, affibbiandogli “una patente d’asino”. Nonostante le ostilità e senza perdersi d’animo il dottore Romano continuò il suo lavoro. Così descrisse l’abitato: “All’ambiente psichico così saturo di ignoranza e di superstizione fa degno contorno l’ambiente materiale, tutto luridume e miseria: le vie sono depositi di immondizie di ogni natura per mancanza di fogne; le case, massime in sezione Spinetto, sono vere stamberghe ove in allegra simbiosi si sta con maiali e galline. Contro l’Ufficiale sanitario si appuntarono i dardi cristianamente velenosi delle beghine e del clero cui faceva codazzo la massa degli incoscienti belante inni di lode a coloro che secondandola compivano un delitto”.  Intanto gli furono affiancati anche i dottori Giacomo Pisani e Giuseppe Tucci ma non altri a causa delle condizioni finanziarie del Comune e allora il popolo cominciò ad attaccare i medici. Appurato che nel rione Fazzari, sempre a Spinetto, dove le vie larghe, il vento e la luce compivano veri e propri miracoli, il morbo fu contenuto, si pensò ad igienizzare il paese. Il veterinario Francesco Ferrara, cominciò a irrorare i canali luridi e le bocche di fogna con miscela Laplace e disinfettò le abitazioni. Intanto arrivarono le pomate all’acido salicidico e si impose alle famiglie un bagno caldo saponato per gli infermi, una liscivia bollente per i materassi e l’imbiancatura delle pareti con latte di calce. Tuttavia il popolo si ribellò ai disinfettori asserendo di non poter tollerare nelle loro case versamenti di liquidi che bruciavano le tavole dei pavimenti e le loro stoffe e di non poter sopportare l’odore dei disinfettanti a base di cloruro di sodio! Intanto però, grazie a questi interventi, l’epidemia iniziò a decrescere e a sparire del tutto nel mese di luglio. Di grande interesse è il caso citato di Rosina Macrì, di anni 9, abitante in via Sorvara, a Spinetto. Il dottore Romano nel palparne il torace sentì un crepitìo come se fra le carni e la camicia vi fosse carta velina: rilevò un enfisema cutaneo che dalle regioni cervicali invadendo tutto il torace si estendeva alle regioni crurali. In altre due bambine abitanti in via Fulciniti e in via Anastasio comparvero sulla mucosa della guancia destra ulcere a fondo nero, e l’alito divenne insopportabilmente fetido. Nonostante le causticazioni col nitrato d’argento e i lavaggi con soluzione salicidica le ulcere invasero le gengive e il palato e portarono alle sfacelo dei tessuti invasi: si gonfiarono il viso e il collo e le bambine finirono in coma. Insomma tra i 395 ammalati curati dal dottore Romano molti guarirono mentre in altri si manifestò la rosolia, l’otite purulenta, l’enterite dissenteriforme e la broncopolmonite che fu la complicanza più letale. Un solo caso di pleurite ebbe buon esito. Questa pagina di storia locale mette in luce la figura del dottore Antonio Romano, medico competente ed eroico nello svolgimento del proprio dovere, a cui la Serra del 1909 deve molte vite umane salvate a causa della sua tenacia contro la diffusione del morbo, nonostante l’avversità di tutti. Forse la sua battaglia contro la superstizione e l’ignoranza avrebbe meritato l’intestazione di una via cittadina se non altro per la memoria di un uomo che ha compiuto il suo dovere senza attendersi nulla da nessuno e per la sua fedeltà al giuramento di Ippocrate senza condizioni.

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