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In illo tempore | Il lunedì di Pentecoste (della mia fanciullezza)

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teschio di san bruno pentecoste a serra
Fra qualche giorno ci sarà la celebrazione della Pentecoste che segna, dopo cinquanta giorni, il compimento dell'evento della Pasqua. Ma non è di questo che voglio parlare e scrivere per chi mi legge. Non sono all’altezza della situazione e lascio il compito a chi di dovere, per esempio all’amico don Gerardo. Io voglio, piuttosto, parlare del lunedì di Pentecoste, anzi della festa di Pinticosta, come la conoscevo io e come era per me tanti e tanti fa, quando ero ancora nel fiore della fanciullezza.
Non sapevo neppure che la celebrazione avveniva di domenica. Per quanto era di mia conoscenza Pinticosta era il giorno in cui c’era la traslazione delle ossa di San Bruno a Santa Maria e ci si recava in processione.
Io, mio fratello Elio, assieme a tutti gli altri amichetti di via Sette Dolori (Oreste, Benito, Bruno, Angelo, Antonio) aspettavamo con trepidazione quel fantastico giorno di primavera che ci permetteva di cambiare per qualche ora la solita vita dei vichi (di la vinedha). Penso che non sia una mia impressione, ma la differenza di allora ad oggi è enorme. Mi pare che la festa duri, oggi, un paio di ore: si arriva alla Certosa in automobile, si accompagna san Bruno a Santa Maria, si ritorna quasi subito a casa per l’ora di pranzo. Allora era assai diverso. Prima di tutto la gente devota arrivava numerosa da tutte le località della Calabria. Non c’erano le auto, ma si partiva nel pieno della notte e si arrivava a Serra sin dalle prime luci dell’alba. La mia compagnia partiva a piedi già di buon ora con tovaglioli in cui ciascuno di noi aveva raggruppato del pane, qualche fetta di salsiccia ‘mpipirinhata, formaggio e una bottiglietta di gassosa. Già lungo il corso si vedeva la grande fila di carri, di uomini e donne che trasportavano sulla testa enormi ceste colme di generi alimentari o di bambini in tenera età. Dal Calvario in poi, la strada era pavimentata con pietrisco rumoroso e asciutto e polveroso, con un dorso centrale e due canali formati dalle ruote dei carri; ai lati c’erano le bancarelle dove era esposta ogni qualità di merce: dalla frutta, alle stoffe, ai cappelli di paglia, ai ninnoli di oreficeria in oro e argento, senza protezione quest’ultimi, perché, allora, nessuno li avrebbe rubati. Non era di moda,no! Più avanti, in prossimità della torre di san Michele c’era il mercato degli animali e, quindi, si approfittava dell’occasione per acquistare o vendere la capretta o il maialino o la giovenca. Dalla Certosa in poi tutta quella marea di gente, di carri e di bestiame formava il corteo che accompagnava tra suoni, canti liturgici e preghiere la statua di san Bruno. Una volta arrivati a Santa Maria ogni cosa cambiava. Dopo la dovuta funzione religiosa sulle sponde del laghetto e la trasposizione del Santo nella chiesetta, si assisteva all’esorcismo degli spirdati da parte di Ruccuzzu e di Gianninu Bruzzì che erano i professionisti di tale ….. attività.
Santa Maria era un luogo assai, assai diverso di quello di oggi: non esisteva la gradinata e per arrivare alla chiesa bisognava percorrere una salita in terra battuta piena di scanalature e buche; ai fianchi di essa c’erano le baracche, ossia negozietti di ogni genere di merce, aperti solo in occasione della Pinticosta e un paio di …. ristoranti recintati lateralmente con alti rami di ginestra e coperti da un telone variopinto nei quali Ruccuzzu e Gianninu sapientemente cucinavano e servivano la trippa e le teste di capra. Verso mezzogiorno tutta la località si era trasformata. Infatti, dopo la cerimonia religiosa, ognuno di noi, grandi e piccoli, si addentrava nel bosco per strappare rametti dagli abeti per immergerli, poi, nell’acqua benedetta del laghetto e portarli per devozione a casa. Altri, invece, tagliavano interi rami per proteggere dai raggi del sole i carri dove avevano collocato le ceste-culla dei loro figlioletti. Ma non era solo questo. Santa Maria diventava un’apoteosi, un tripudio di canti. di suoni di chitarre, di fisarmoniche, di ciaramelle e di pipìte; di muggiti di mucche liberate di li pàiura. Anche la mia piccola compagnia si era data da fare per trovare un piccolo spiazzo sotto l’ombra degli alberi dove poter consumare quel benedidio che ognuno di noi aveva portato. Nel pomeriggio inoltrato si può dire che ormai la festa di Pinticosta era finita. I canti e le grida erano diminuiti di intensità, le sporte dei viveri e i fiaschi del vino erano stati svuotati e ognuno si preparava al rientro a casa. Le donne raccoglievano piatti e bicchieri, i maschi intontiti dal caldo e dai vari bicchieri di vino tracannati, con passo traballante riattaccavano i buoi ai carri, sui quali avrebbero ripercorso le strade imbrecciate verso i loro lontani paesi. Come quel tizio (ricordando quanto mi narrato l’amico Pasquale Bruzzì) che, appena si è seduto sul carro, si è addormentato con i piedi penzolanti e striscianti sul pietrisco della strada. I buoi senza essere sollecitati si sono messi in cammino e già quando il carro è arrivato alla Certosa i tacchi delle scarpe del passeggero erano ….. scomparsi tra le risate dei ragazzini che gli andavano dietro ed i vari viandanti. Anche io ed i miei amici eravamo sulla strada del ritorno. La stanchezza la sentivamo più degli adulti e non vedevamo l’ora di arrivare a casa e facevamo soste diverse; però c’era un’ultima sosta da fare, era quella alla fontana che una volta si trovava nella piazza antistante la chiesa di Spinetto. Era formata da varie lastre di granito grosse una ventina di centimetri e alte una settantina di cm. Formavano i due lati di un angolo acuto al cui vertice era posizionata una fontana pure essa di granito con la forma del fascio littorio dalla cui ascia sgorgava l’acqua fresca e pura. Ci fermavamo là stanchi e sudati per riposarci sui sedili in granito attaccati ai due lati, per rinfrescarci il viso e le gambe e poi via verso casa. Ora non c’è più quella fontana che occupava quasi tutta la piazza: il 25 Luglio 1943 il regime di Mussolini morì e fu sepolto; durante la notte del 26 anche la fontana, assieme a quegli altri fasci che ornavano la facciata della pretura, è stata distrutta dagli accaniti antifascisti serresi. Così fu e così resta nella mia mente la Pinticosta di qualche anno fa.

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