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Il ricordo di mio fratello Gino e Mastro Bruno in quella stanzetta del centro storico si Serra.

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Erano i primi anni ‘60, io ero appena un bambino e mio fratello, Gino, era poco più che un ragazzino, ribelle e scontroso come tutti gli adolescenti. Nonostante l’età irrequieta, però, andava tutti i pomeriggi in quella stanzetta nel centro storico di Serra, proprio a fianco della Chiesa Matrice. Lì, tra l’umidità e la polvere delle scartoffie, andava a trovare nostro zio Angelo. Ho un ricordo vivido di quella stanza, ma potevo guardarla solo dall’esterno: a noialtri bambini era vietato entrare. Solo anni dopo avrei capito che lì dentro il nipote ed il bisnipote di “Mastru Brunu” Pelaggi lavoravano sul quaderno su cui erano impresse “li stuori” che il nonno scalpellino aveva dettato alla figlia.
Da quel loro studio e lavoro nacque, com’è noto, la prima edizione delle poesie di “Mastru Brunu”, pubblicata nel 1965 a cura di Angelo Pelaia, che pose le basi per le altre due edizioni curate successivamente da mio fratello.
Da quel loro lavoro non nacque solo l’amore di Gino per “Mastru Brunu”, ma anche la passione sconfinata per lo studio, la letteratura, la filosofia e la storia (non solo locale) che lo ha accompagnato per tutta la vita.
Era uno studioso infaticabile ed un incallito bibliofilo: io lo prendevo in giro dicendogli che per leggere tutti i libri che aveva acquistato (con tanti sacrifici e non pochi problemi) gli sarebbero servite più vite. Lui mi rispondeva con un sorriso, il suo sorriso, dolce e un po' amaro, che nascondeva forse anche una punta di commiserazione per me che non coglievo le sue esigenze interiori, ma anche ironico, di chi è consapevole di non essere capito ma è convinto ad andare sempre e comunque avanti per la sua strada,
Non gli è bastata, purtroppo, neanche la sua di vita, finita troppo presto e in silenzio, quasi in punta di piedi, come a non voler disturbare nessuno.
Come molti intellettuali, forse tutti, non sopportava le idee troppo diverse dalle sue, spesso reagiva alle critiche di natura letteraria anche con disprezzo ed esagerando i toni, quasi a confondere il confronto di idee con attacchi ed accuse personali. Ovviamente non era così, ma la sua insofferenza era una sorta di conseguenza dell’eccessivo attaccamento alle sue convinzioni.
Non sopportava, ad esempio, che si utilizzasse il nome di “Mastru Brunu” per ambizioni personali spesso accompagnate da considerazioni che riteneva superficiali.
Non sopportava soprattutto che si potesse pensare che in quella stanzetta a fianco della Chiesa Matrice i soli che abbiano avuto accesso al famoso quaderno abbiano in qualche misura “operato” sulle versioni originali. Anche io gli ho posto questa domanda e lui ha sempre escluso qualunque loro intervento sulle poesie manoscritte.
Ora quella domanda è destinata a rimanere senza ulteriori risposte, perché se n’è andato l’ultimo che avrebbe potuto darle. Di quel quaderno si sono perse le tracce in qualche trasloco, tra l’Italia ed il Canada, e il manoscritto non si è più trovato, malgrado le ricerche anche presso la famiglia dello zio Angelo.
Al di là, però, della querelle critico-letteraria, resta il valore, unanimemente riconosciuto e ormai incancellabile, del messaggio e della bellezza delle “stuori”.
E per me resta, indelebile, lo sguardo di mio fratello quando parlavamo di quelle poesie, di “Mastru Brunu”, del suo lavoro di ricerca e diffusione. È lo stesso sguardo che aveva da ragazzo quando in quella stanzetta studiava con lo zio Angelo e che io, allora bambino, ancora non capivo.

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