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C'erano una volta "Li cachieri" | Un breve racconto sulle latrine pubbliche serresi nel passato.

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Quando Ntuoni lu Bandituri ( zio di don Leonardo Calabretta ) e Franco Della Mura caddero dentro…!

latrine disegno 1
Con un fine prettamente culturale da raggiungere, incuriosire e distrarre per qualche minuto i nostri giovani, intenti a manovrare il cellulare, che mi accingo a scrivere un argomento singolare dimenticato, ma che riguarda gli usi e i costumi dei nostri avi e desta ancora l’interesse dello studioso antropologo. Mi rendo pure conto che trattasi di una tematica che ad alcuni può apparire imbarazzante e sconveniente, ma la sete di conoscenza mi spinge ad andare oltre questi pregiudizi, perché le nuove generazioni devono sapere i sacrifici e le sofferenze dei loro avi, per capire che proprio loro hanno avviato consapevolmente, il progresso verso le comodità e il benessere di oggi. Alla carenza di fonti storiche e fotografiche che potessero testimoniare quello che andrò a raccontare, ho supplito con una interessante conversazione e un approccio mirato, con Turi Catroppa ( Lu Balilla ) di veneranda età, che rappresenta la memoria storica della nostra cittadina ( cosi lo chiama Cicciu Pisani di Montreal ), lucido, scherzoso ed esauriente nel dare informazioni utili e necessarie. Mi accompagna il giovane artista serrese Giuseppe Manno che ha il compito, attraverso la sua magica matita, di ricostruire li Cachieri attraverso la descrizione del nostro interlocutore; per chi non lo sapesse la giusta accezione di cachera indicava un grande contenitore di rifiuti corporei umani e ancora oggi si usa per indicare un’ambiente maleodorante dicendo ad esempio “puzza di cachera!”. Iniziamo una piacevole conversazione a tre e mentre il nostro Turi parla, Giuseppe inizia a disegnare senza pensare e la sua matita sembra danzare su un banale foglio bianco! Il periodo che riguarda l’uso di li Cachieri riguarda il primo cinquantennio del secolo scorso ed anche molto prima; alcune private e quella comunale, sulla quale si incentra la nostra attenzione, furono spazzate via dall’alluvione del 1935, mentre le altre rimasero per c.d. ad uso privato. Nell’epoca di cui parlo, è facilmente percepibile ed ovvio che nelle case non c’erano acqua corrente, bagni e prima ancora neanche energia elettrica. Di conseguenza le famiglie di allora dovevano adattare la loro vita di relazione alla carenza delle comodità che abbiamo noi oggi. La Cachera comunale era ubicata sul ponte che divide i due quartieri serresi ma spostata a sinistra per chi sale verso la chiesa di Spinetto; precisamente confinante con l’attuale proprietà Ciconte/Salerno/ Belcamino. Il corso dell’Ancinale scendeva diritto come oggi, ma vi era una deviazione a forma di archetto che passando sotto l’antico bagno per poi rientrare nel corso naturale del fiume, trasportava sciogliendoli nell’acqua corrente, i bisogni solidi e liquidi che i cittadini uomini facevano per lo più di sera e di mattina presto. Come si nota nel grafico, era costituita da una casetta in muratura divisa in tre spazi interni con tre fori sospesi sull’acqua; l’utente entrava , si accovacciava, evacuava il superfluo ed usciva; si puliva con qualche foglia, carta di giornale o non si puliva. L’igiene lasciava a desiderare in tutti i sensi. Questa struttura rudimentale per la mentalità di oggi, non era sufficiente a soddisfare le esigenze corporee di tutti i cittadini tanto che, sparse per la nostra cittadina furono realizzate li Cachieri private; esse erano costituite da grandi buche attraversate da un tronco piatto nella parte superiore o da tavoloni, dove il cittadino accovacciato, faceva i suoi bisogni corporali. latrine disegno 2
Questo letame umano veniva usato per concimare i terreni e renderli più fertili ma ammorbava l’aria primaverile ed estiva. Secondo quanto ci narra il nostro Turi, una era ubicata vicino il ponte dell’attuale carrozzeria Zaffino; un’altra 200 metri circa dove si incontravano i nostri fiumi; un’altra nelle adiacenze della località Palumbo ( dietro la chiesuledha ); un’altra in località Ponti, vicino la villa di Cesare Pelaia; un’altra in località Schiccio, dove un amico credibile ricorda che negli anni 50’, inseguito da qualcuno, il compianto Franco della Mura, nella concitazione di sfuggire al suo inseguitore, cadde suo malgrado, dentro il bagno privato! Stessa sorte ma con modalità e tempi diversi, negli anni 30/40, toccò a Ntuoni Lu Bandituri, zio del nostro parroco don Leonardo Calabretta, che perse l’equilibrio e cadde nella buca privata posta vicino l’orto attuale del nostro paesano Toto Caruso. Ntuoni era soprannominato lu bandituri, perché jittava lu bandu ( cioè avvisava la cittadinanza ) quando al mercato giungeva il pesce e altri prodotti da vendere alla popolazione. Quel giorno fatidico, Ntuoni lu cutrinisi (anche pro zio dei gemelli Calabretta ), pur essendo abituato giornalmente a stare sull’asse del tavolone, a causa forse di un capogiro, si ritrovò improvvisamente dentro la buca. Dopo circa un’ora fu soccorso da persone che sentirono le sue implorazioni di aiuto! Nessun commento sia per come erano combinati i due dopo “il tuffo” involontario dentro li cachieri e sia per quanto riguarda il coraggio dei soccorritori che attraverso una percia ( o palo di legno ) li tirarono fuori, vivi e vegeti ma impregnati di sostanze marroni, vischiose e maleodoranti! Nelle case senza bagno esisteva invece lu cacaturi, un contenitore rotondo più piccolo di una ombrelliera, munito di tappo quasi ermetico, dove i membri della famiglia facevano i loro bisogni e la mattina all’alba le donne lo portavano al fiume per svuotarlo, lavarlo e riportarlo a casa. Successe parecchie volte, che le ragazze da marito lo trasportavano sulla testa ed i loro fidanzati o pretendenti maschi, di straforo, assiepati dietro i vichi, per fare gli spiritosi o per farsi notare, facevano degli scherzi carnavaleschi ( così li chiamava il compianto Vittorio di li Ciai ) tendendo un filo oltre l’altezza della testa della donna, e quando essa circolava nelle viniedi, lu cacaturi urtava la cordicella insidiosa e rovesciava il suo contenuto nella strada. Le giovani, “scornate”, lo raccoglievano e tornavano a casa per riferire l’accaduto ai loro genitori, ma gli autori non venivano mai scoperti, altrimenti dovevano rendere conto dello sgarro perpetrato. In questo contesto storico e sociale vivevano i nostri nonni e i nostri antenati ed è giusto che i loro usi e costumi vengano analizzati e divulgati per meglio conoscere e valutare le nostre radici di provenienza.
E’ venuto il momento di concludere questo singolare argomento e anche se esso, dovesse suscitare giudizi negativi negli stolti, ci asteniamo dal prenderli sul serio nel senso che, abbiamo raccontato il vissuto dei nostro avi, autentico e verificabile senza nulla espungere, narrato da un testimone credibile e abbiamo arricchito nel bene e nel male le nostre conoscenze.

Domenico Calvetta
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