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Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

Gioacchino Giancotti
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Storia del colera che nel 1837 colpì anche la Calabria.

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Il colera in calabria 1837
Non è un mistero che le malattie epidemiche che imperversarono nei secoli passati, abbiano avuto un ruolo determinante sia sull'andamento demografico che su quello economico delle popolazione colpite.
Gli effetti di tali malattie furono particolarmente gravi nelle regioni meridionali dell'Italia che facevano parte del Regno borbonico, e che erano note per un'endemica povertà; in questa povertà strutturale, ma anche congiunturale, si connotava la Calabria, una lontana regione mal amministrata, caratterizzata da una stabilità secolare di ceti sociali e da scarsità di risorse conseguente alla natura del territorio per due terzi montuoso, con poche pianure generalmente impaludate. Ostacoli determinanti per la crescita economica e sociale della società calabrese.
L'aumento della mortalità ed i conseguenti vuoti biologici che seguivano a pandemie tristemente note sin dai tempi dell'Impero Romano come la peste, il vaiolo, il tifo che hanno inciso sulle attività produttive in generale, sono stati oggetto di studio nel passato; ma ancor oggi questi fattori rappresentano uno stimolo di ulteriori conoscenze per gli studiosi di storia dell'economia che vogliano affrontare dalle radici il problema della Questione meridionale.
Agli inizi del sec. XIX, sulla scena europea appare una nuova malattia che fu definita “ Morbus asiatico” o più comunemente Colera, caratterizzata da una grande forza invasiva. Questa malattia parte dall'India, culla di tutte le malattie epidemiche che hanno colpito nei secoli passati l'Europa e nel 1830 giunge nel Vecchio continente; si diffonde rapidamente nel territorio europeo, indebolito ed immiserito da tren'anni di sanguinose guerre che avevano visto contrapposti luterani e cattolici.
Responsabili della diffusione del colera furono i soldati russi che avevano contratto il morbo combattendo nell' Astrakan ed in Iran, ove il colera imperversava da anni, nell'ottica imperialistica degli Zar , i quali miravano ad annettere ai loro territori terre caucasiche. Da questi paesi, sempre al seguito degli eserciti, raggiunge Mosca.
La guerra russo- polacca del 1830 segna la sua penetrazione in Europa; il colera viaggia al seguito degli stessi soldati russi, portando lo scompiglio e la morte nella ribelle Polonia; da qui rapidamente si diffonde in Germania, nei Balcani ed Inghilterra. Nel 1831 giunge nelle Isole jonie in Grecia, toccando il litorale illirico, ungarico e dalmato.
Nel 1832 è a Parigi ove, grazie ad una nave inglese, sciama in Spagna, passa poi per Marsiglia e Tolone , attraversa le Alpi, sfuggendo ai ferrei cordoni sanitari adottati dai Governi e invade nel 1835 il Piemonte e subito dopo la Liguria. L'Europa ancora impantanata nelle guerre di religione. si appresta ad affrontare un nuovo nemico più insidioso perchè invisibile, con la consapevolezza di condurre una lotta impari e senza speranza.
Successivamente il colera procede verso il centro dell'Italia. Nel 1836 si annuncia a Trani e Bari; a Napoli, capitale del Regno Borbonico giunge il 2 ottobre del 1836 causando circa 5054 vittime. Dopo qualche mese di quiete , riappare nella stessa città, di cui i bollettini medici stigmatizzano” la sozzura è grandissima”, mietendo circa 14.000 vittime, ovvero il 50% dei colpiti.
Dinnanzi al pericolo incombente il Governo borbonico reagì con una serie di misure che non erano dissimili da quelle adottate in precedenti epidemie. Furono istituiti cordoni sanitari alle frontiere del Regno per il controllo delle merci e dei passeggeri, riaperti Lazzaretti per la contumacia, vietata la pesca in alto mare, applicati maggiori controlli sul contrabbando dalle altre Provincie. Fra i primi atti del Governo, l' istituzione della Sovraintendenza alla Salute Pubblica, con sede a Napoli e con a capo un Supremo Magistrato della Salute.
La Sovraintendenza si attivò tramite una fitta rete di scambi di informazioni con gli Intendenti delle varie provincie del Regno, impartendo disposizioni igieniche atte a prevenire il diffondersi del Colera, suggerendo ai medici terapie purtroppo in parte empiriche, poichè dinnanzi a questa malattia la medicina brancolava nel buio, e controllando che le farmacie fossero provviste dei medicinali più opportuni.
La classe medica calabrese era sufficientemente distribuita nei paesi in cui era prevista una Condotta; molti di essi invece ne erano sprovvisti, soprattutto quelli più piccoli e più poveri. Nicastro ad esempio .poteva contare su un organico di sei medici; Monteleone, l'odierna Vibo, nove di cui due si scoprì esercitavano senza autorizzazione, nonchè quattro chirurghi, di cui uno anch'esso privo del documento di laurea . I farmacisti a Vibo che era capoluogo del distretto, erano sedici, di cui quattro sprovvisti di autorizzazione.
Da anni, sin dai tempi della dominazione francese in Calabria I Governi si erano attivati per individuare sul territorio gli operatori sanitari, medici, levatrici, salassatori, farmacisti, che esercitavano abusivamente la professione, ma per la connivenza delle Autorità locali e per la distanza di molti paesi dalle sedi Amministrative centrali, spesso irraggiungibili per la mancanza di strade per chi doveva esercitare i controlli,il problema rimase a lungo insoluto.
Serra San Bruno , che nel 1828 vantava tre medici, Giuseppe Raffaele, Giuseppe Peronaci, Bruno Tedeschi , nel 1833 contava solo Bruno Tedeschi, più un medico chirurgo, Giuseppe Pisano. I farmacisti presenti sul territorio erano tre: Giuseppe Polito, Vincenzo Salerno e Francesco Sadurny. Nel circondario, a Brognaturo erano presenti solo un farmacista, Cosimo de Rose: a Fabrizia esercitavano due medici chirurghi, Antonio Prestia e Leonardo Carè, e tre farmacisti, Francesco De Masi, Luigi Maiolo, Enrico De Masi. A Spadola troviamo un farmacista: Pasquale De Francesco; a Simbario cinque farmacisti: Giuseppe Agliuzzi, Giovanni Pavone, Francesco Pirino, Vincenzo Coda, Basilio Bertucci.
La Sovraintendenza fornì una serie di suggerimenti utili ad affrontare il Colera nel caso di una sua comparsa; e soprattutto insistette sino alla noia sull'osservanza delle norme igieniche sia per la pulizia del corpo, che degli abitati. Insistenza giustificata dal fatto che in Calabria, come in altre provincie del <Regno, la quasi totalità dei paesi era priva di fognature, le cloache erano a cielo aperto ed i liquami si spandevano per le strade; il prezioso maiale girava indisturbato nelle vie e gli animali domestici convivevano con i padroni nelle case.
A Serra San Bruno, cittadina allora di 6000 abitanti, il Sindaco Bruno Chimirri, con gli economi, Giovannantonio Callà e Nicodemo Pisani, in ottemperanza alla istruzioni preventive giunte da Napoli, rispose proponendo come ospedaletto di fortuna la casa disabitata del defunto sacerdote don Michele Tedeschi, composta di sei stanze al piano superiore e con i bassi sottostanti, situata “ all'estremità del villaggio Spinetto”, per la quale dovevano spendersi 40 ducati per ristrutturarla. Per gli arredi occorrevano tra l'altro -e cito testualmente: “sei bagnarole di tavole( per dodici letti n. d.r.) tre caldaie di rame, vasi ed utensili per d.30”. Inoltre- :” otto individui, quattro uomini e quattro donne per personale con il salario giornaliero di carlini due ai maschi ed uno alle femmine che fanno d. 36 al mese”.
Le casse di beneficienza del paese erano “senza resti contabili” al 29 agosto 1835, mentre la cassa comunale poteva contare su 1200 ducati; un paese ben amministrato se sitiene conto che molti paesi della Calabria dichiararono nell'occasione, di avere le casse comunali vuote. I cittadini di Serra parteciparono alle spese generosamente offrendo circa 90 ducati.
Per fortuna il colera si tenne lontano dalla Regione almeno fino alla metà del 1837; vi apparve però a giugno nella provincia di Cosenza , ad agosto a colpì Palmi e Mileto. Non si ha notizia che sia giunto nella cittadina serrese, come non toccò I paesi dell'Alta Sila. Probabilmente per la difficoltà delle comunicazioni tra montagna e zone marittime, per cui era quasi impossibile almeno d'inverno, essere raggiunti da forestieri apportatori del morbo, ed anche per la dispersione degli abitanti sul territorio che non favoriva un'eventuale contagio.

Domenico Calvetta
Marco Calvetta
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