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Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

Gioacchino Giancotti
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Arena 40 anni dopo | L’orto, la mia famiglia, i miei ricordi.

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Famiglia brogna arena
Su questa terra fragile ci sono nato, a cui le acque di pioggia e dei torrenti e le stesse arsure non danno mai pace, soggetta a gonfiarsi e a restringersi, franando lungo i ripidi pendii collinari e per liquefarsi sui minimi pianori e sugli argini delle tortuose fiumare.
Ciò che la tratteneva nei tempi passati era l’opera di rassodamento su tutti i versanti della campagna, che l’uomo praticava assiduamente e con talento delle mani, ripiegandosi con la schiena sulla zappa, spianando a terrazzare gli erti costoni, radicandovi olivi, vigneti e castagni e liberando i fossi invallati a precipizio da cui risaliva il rumore severo delle fiumare…
Oggi, da quarant’anni che non ci venivo sono ritornato quaggiù nell’orto, in verità una modesta proprietà di olivicoltura che per noi di famiglia era l’orto vicino sotto il corso di strada del Paese.
Qui si arriva per una straduzza a scalini che discende dalla via principale del Paese a fianco dov’era la casa dei miei genitori, la stessa in cui sono nato con i miei numerosi fratelli.
Per tale vicinanza alla nostra abitazione, l’orto diventava nel periodo d’incolto un parco per le scorrerie di noi ragazzi e per l’occasione anche il giardino di Famiglia, in cui si scendeva per scattare le istantanee a contrasto bianco e nero, con quelle cassettine dall’otturatore a leva, che si dovevano caricare attentamente in ambiente oscurato, e per chi se lo ricorda, scartando un rollino di marca Agfa o Ferrania.
Qui, nell’orto-giardino che guarda per esteso a mezzogiorno, i frasconi delle cime ombreggiavano quasi tutto all’intorno e dov’erano a terra i maggiori spazi in luce maturavano i due melograni sulla sponda del fosso ed anche le “ficazzani” a quell’ultima fascia di fondo più vicine ai fichi d’india assiepati sui limitari.
Però adesso, anche con il giorno in declino all’orizzonte abbaglia il sole come non mi ricordavo, che fa strascico sull’erta pendenza.
Di quegli olivi imponenti dai fusti ritorti, che assurgevano ramosi in alto alle cime fogliate, sono rimasti a terra i ceppi radicati come polipi per rilanciare nuove piante; ma in tutto questo spazio aperto, la vista viene attratta dalla prospettiva in caduta verso il fondo valle, tanto che un senso di vertigine mi altera l’equilibrio, come di una foglia al suo distacco in balia dell’aria di brezza.
Anche il nostro fedele amico di mezzo sangue, dal manto nero focato sembra mostrarsi cauto, fiutando per aria e poi abbassando il muso in terra, prima di lanciarsi a trottare con le sue zampe ed il busto traverso.
lorto di rodolfo brogna arena
Dal vallone, a fare come canale di risonanza, risalgono alcuni rumori distinti e ravvicinati del paese di Dasà distante in fondo alla cuna del Petriano, dove ripiana nell’immersione umida dell’aria con puntinati riflessi dei tetti e le linee delle strade, mentre l’amico quattrozampe si fa bassotto sul ciglio del balzo, puntando il muso verso il costone d’Alù.
<<Ares!...>> che ritrae le orecchie al richiamo, fa uno scatto agile all’indietro increspando lucida la pelliccia di pece e con la lingua penzoloni risale la china verso il suo padrone.
Si vedono nettamente su in cima le case del Paese a fondersi insieme come gli spalti di un castello ed a spingere su di un muro centinato ad archi di mattoni rossi c’è quel pino selvatico in erta maestà che fa ombrello contro i raggi del sole.
Coi suoi forzuti rami sembra ancorarsi nel cielo per mantenere il suo equilibrio precario... e finché vivrò non vorrei ritrovarlo caduto a stingersi secco sulla pendice del colle, ancora più tristemente di questi ceppi d’olivi che restano come ruderi aggrappati sui fianchi della terra.
Nel sorgere della memoria in questo luogo, non viene meno il ricordo di un'olivo che anzi a dirla proprio in dialetto era una “olivara”, per come qui in Calabria gli alberi da frutto diventano tutti di genere femminile, perché concepiscono il seme ed il polline e fruttificano anch’essi a modo di mamme, secondo i cicli lunari.
E nel nostro orto quell’olivara era la matriarca di più vecchio tempo, una ramosa solo dal mezzo tronco in su.
Con quell’aspetto totemico evocava la protezione immaginaria degli antenati benevoli ed il suo largo torchio corticale nel verso esposto a mezzogiorno si spaccava aprendo una cavità asciutta, così ampia all’incirca per riporvi alcune cose di campagna e per necessità anche un bimbetto in fasce.
Mia Madre mi raccontava che in quel rigidissimo inverno ch’ero nato, una mattina di impellente raccolta delle olive, prima che arrivasse una tempesta, fui messo lì infagottato nel fondo cavo dell’olivara, stando sicura che con quel tempo di avversa tramontana non surgevano le formiche né potevano girare i cani randagi.
C’è da dire a tale proposito, che le mamme di una volta sviluppavano un acuto intuito nel prevenire il pericolo ai figli e perciò resta un fatto che le tragedie infantili non accadevano peggiori o tante più di oggi, che possiamo affidarci a molti mezzi di controllo e di sicurezza.
Quando diventai più ragazzo e fuggivo dalla ruga, oggi tanto ritornavo qui nell’orto, da solo, per giocare ai piedi degli olivi dove il muschio era più spesso e tra le incavature cavernose di queste radici immaginavo, già prima di averlo letto nella saga di Tolkien, gli straordinari mondi del ‘Signore degli Anelli’: fantastiche terre di mezzo con le infinite battaglie di pietruzze schierate di “elfi” contro le orde drupe di Morgoth!...
Nel periodo della lunga arsura estiva, quando anche il legno degli alberi si induriva, allora con un altro legno ci ribattevo sul tronco cavo per sentirlo risuonare cupo, paragonandolo ai tamburi nel regno della giungla dei fumetti dell’Uomo mascherato, in voga a quei tempi...
Ma vedevo spuntare una moltitudine di formiche nere da ogni incavo delle fibre, a file in rotta che mulinavano per ogni verso alzando le code rosse d’ira.
Di quelle formiche rintronate ne facevo un subisso e più le pestavo più sentivo quell’afrore che si portavano dai formicai in subbuglio allarmato, ai quali l’albero nei suoi stretti reconditi pagava con la propria linfa midollare.
Sono queste storie, a lungo tenute in serbo perché credute banali, che insieme alle infinite storie di tutti intrecciano quei vincoli naturali che chiamiamo le radici anche di noi esseri umani.
Oggi mi sento sereno di appartenere a questa mia gente difficile di Calabria e di essere grato a questa Terra, perché anche le mie ossa sono fatte di queste pietre.

Domenico Calvetta
Marco Calvetta
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