sfondo-sito-2019-marrone

Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

Gioacchino Giancotti
A+ A A-

"Quel che ci resta" | Ricordi del natale di una volta.

mistero il natale di una volta
Le lucine festose hanno ormai invaso le città, abbellendo balconi, ringhiere e giardini freddolosi. Stelle rosse di Natale spuntano qua e là regalando allegria e gioia. Canzoncine melodiose, Babbi Natale con sempre più sembianze umane, si parano all'improvviso sul cammino invitandoti ad entrare nei negozi che traboccano di ogni ben di Dio. Caos, confusione di merci, di luci abbaglianti, di decorazioni che strabordano all'inverosimile per accalappiare lo sguardo ed il portafoglio. Fretta, c'è sempre tanta fretta. Si corre per non si sa dove, per non si sa cosa... l'importante è correre per arrivare a far tutto, per avere tutto pronto. Ci si scontra senza vedersi, senza sentirsi. Non c'è più calore in un abbraccio, in un augurio. Si guarda sempre oltre, più lontano... Ogni anno un nuovo albero alla moda. Un nuovo costoso pezzo per il presepe, se si trova ancora il tempo per farlo...la fontana, il mulino che gira, la mamma che culla, le pecorelle che camminano, la neve, la pioggia, il mare con le onde in movimento, gli angeli che cantano e che svolazzano veramente, il bambino che piange... tutto. Cos'è il tutto? A che serve il tutto se è fatto di niente? Anche la mia casa e il mio balcone sono addobbati a festa. I miei alberi sono due, e, non manca qualche pensierino. Il presepe quest'anno è piccolo, ma c'è. Ci dev'essere sempre... Le mie decorazioni sono diventate tante perchè accumulate negli anni. Ogni pezzo ha un significato, un ricordo. Non si possono buttare via i ricordi se hai voglia di ricordare. Si butta solo ciò che non hai voglia di ascoltare. Tutto parla. Basta saper ascoltare. Ci sono oggetti che sussurano al cuore, altri alle orecchie, altri all'anima, altri non ti dicono nulla perchè sordi come una campana stonata che non piace a nessuno. Stanno lì ad osservare senza dar nulla nè chiedere nulla, finchè inevitabilmente ti stancano ed allora li devi buttare per forza. Forse però, sei tu che non hai voglia di ascoltarli... chissà? In Calabria il Natale di tanti anni fa aveva un altro sapore. Sapore semplice, senza tanti artifici che stonavano. Era una pausa dolcissima dal duro lavoro in campagna. Già ai primi di dicembre adocchiavo i ramoscelli di mirtillo selvatico ("morzìda") e di corbezzolo ("cacùmmarara") che mi sarebbero serviti a fare da sfondo al presepe e su cui attaccare le stelline di cartoncino. Cercavo i posticini nascosti dove cresceva il muschio più soffice, per andare poi, verso l'Immacolata a raccoglierlo a colpo sicuro. Ero felice quando cercavo il muschio, in giro per la mia campagna generosa. Piano, piano, il presepe era diventato cosa mia e nessun altro in famiglia ci metteva mano. I pastorelli erano di plastica, ma mi piacevano tanto e la mia felicità raggiungeva il massimo quando salivo con la mamma a Vibo a comprarne qualcuno nuovo... Non era molto grande il mio presepe perchè la casa era piccola, ma era un angolino accogliente che potendo avrei tenuto tutto l'anno. Un piccolo mondo a sè, che racchiudeva una grande storia. L'albero arrivò quando io ero già adolescente. Ricordo che un anno ce ne regalò uno, un vicino. Un pinetto vero che profumava di bosco ed anche se era un pò ingombrante, m'adoperai subito ad addobbarlo anche se in casa non avevo nulla per farlo. Allora non c'era il supermercato sotto casa dove si trovava tutto ed ormai a Vibo c'eravamo già andati per quella volta... La mia fantasia comunque, non si diede per vinta ed allora raccolsi tutti i piccoli giocattolini che trovai per casa e li appesi. Mancavano le ghirlande ed allora, forbici e gomitoli di lana colorati e feci anche quelle. Era un albero un pò strano, ma era il mio primo albero e ne ero contenta. Provai a mettere dei mandarini come palline, ma erano pesanti e rinunciai... Non ricordo l'anno preciso, ma ricordo che l'anno dopo mio padre decise che ci avrebbe regalato un alberello artificiale completo di addobbi e di luci. Da allora faccio sempre il presepe e l'albero. E' importante per me. La festa iniziava l'otto dicembre con la fiera di Dasà per l'Immacolata. Lì ci si andava sempre. Era un rituale che non mancava mai perchè c'era la possibilità di comprare un pò di tutto senza salire a Vibo, più lontano. Lì i nostri genitori ci acquistavano i vestiti e le scarpe nuove per la festa e la mamma faceva rifornimento dei tipici dolciumi natalizi. Non mancava mai il torrone di Soriano di vari tipi e le susumelle (specie di biscotti) con la glassa e col cioccolato. Non usavamo ancora il panettone e il pandoro che arrivarono nella nostra tradizione piano, piano. La tradizione erano e sono i "curujìcchji" ossia pasta di pane ben lievitata, fritta a forma di ciambelle. Non sono dolci, ma non mancano mai. Io non ricordo regali, cenoni e tombolate in casa mia, ma c'era serenità. Ognuno aveva il suo compito e tutto scorreva normale senza tanti pensieri. L'unico pensiero era quello di comprare qualcosa di nuovo da mettere per andare a messa e a far gli auguri ai parenti. Non cercavamo regali. Gli unici regali erano quelli dei nonni che ci davano qualche soldino che spendevamo ponderatamente. Anche il paese era tranquillo e ce ne è voluto perchè arrivassero le luminarie e gli zampognari. Era una festa religiosa cadenzata dalla novena a Gesù Bambino tutte le mattine all'alba, e dalla messa di mezzanotte e quella del giorno di Natale. Una visita ai parenti, la passeggiata per il corso e tutto finiva lasciando un bagaglio di auguri ricevuti e dati con la speranza e l'attesa di un nuovo anno migliore... ma non cambiava mai... era sempre lo stesso senza accorgerci che intanto crescevamo e cambiavamo noi, dentro, mentre tutto restava immutato e ci stava stretto. A pensarci era un Natale tenero e per nulla vuoto. Oggi i miei figli aspettano i regali da aprire la notte santa, dopo la messa. Quello che non ho mai avuto, cerco di dare loro, ma senza strafare, senza esagerazioni e cercando di fargli capire ciò che è importante. Non c'è bisogno di grandi regali, ma la gioia nel vederli scartare qualcosa che inevitabilmente è qualcosa di utile, è molto grande. Basta poco, ma la cosa più bella sono gli auguri che devono scambiarsi. Non è il pensiero che resta, ma quella parolina magica detta tra loro. Magari tra qualche anno non lo faranno più, ma chissà? Per ora siamo uniti e prego Dio che ci e li faccia rimanere tali per sempre. Sono i ricordi che ci restano quando tutto passa e se io ho ricordato stasera un pò della mia vita, un giorno saranno loro a ricordare quello che ho cercato d'insegnargli. La speranza è che non dimentichino e che cerchino d'ascoltare la voce del cuore che chiede attenzioni. Questo auguro anche a tutti quelli che vorranno leggere queste righe. Le cose che restano sono proprio le cose scontate a cui non facciamo caso. Gli oggetti che ci circondano e che passano inosservati... i ricordi, quelli resteranno sempre. Auguro a tutti di aver orecchie che sappiano ascoltare aldilà del mondo intorno ed entrino dentro al senso delle cose.
Sereno Natale a tutti.

Visite: 751

Storia locale | Un benemerito figlio di Serra: Domenico Vellone detto Mitimè

serra san bruno panoramica
Un benemerito cittadino serrese, degno di essere ricordato, è senza dubbio Domenico Vellone, detto Mitimè. Le cronache cittadine parlano di lui già nell’anno 1783, quando Serra subì i disastrosi effetti di un terribile terremoto, che scosse la Calabria intera. Il Mitimè, all’epoca, era un uomo molto danaroso. Aveva al suo attivo numerose proprietà ed, inoltre, gestiva un negozio di generi alimentari che gli permetteva d’incrementare le sue ricchezze e condurre vita molto agiata insieme alla sua famiglia. Mitimè era anche un uomo molto pacifico che amava la vita tranquilla, ma non per questo disdegnava di partecipare attivamente alle vicende che accadevano nella cittadina e a prendere parte attiva alla vita sociale. Nel corso della sua vita ne vide e ne fece di tutti i colori, tanto che in paese non s’intraprendeva nulla senza di lui e questo non solo perché aveva la stoffa del capo popolo, ma anche perché non rifiutava di contribuire di tasca propria ogni volta che c’era da sborsare danaro per finanziare questa o quella iniziativa a favore della collettività. I fatti che lo videro implicato di persona nelle vicende cittadine riguardarono le lotte popolari per l’abolizione della Terza Chiesa e le scellerate invasioni dei briganti che misero, poi, la parola fine alla sua travagliata esistenza. Mitimé, è superfluo ricordarlo, era un “terravecchiaro” ossia un abitante dell’antico quartiere, che era denominato “Terravecchia. Egli si opponeva a quei suoi compaesani i quali, dopo il tragico terremoto, avendo perduto la casa, si erano trasferiti nel nuovo quartiere, chiamato “Spinetto”. Tra le lotte che contrapponevano ‘terravecchiari’ e ‘spinettari’, la più accanita è stata senz’altro quella per la supremazia della chiesa matrice.  L’antica e gloriosa chiesa, sita nel quartiere “Terravecchia”, era stata semidistrutta dal terremoto e quindi resa inagibile al punto da dover essere abbandonata. Gli spinettari, allora, pensarono di sostituirla con quella che loro avevano edificato con tavole nel nuovo quartiere.  Ma la cosa non fu di gradimento da parte dei ‘terravecchiari”, con in testa il Mitimé, i quali aprirono le ostilità, dando inizio ad una vera e propria guerra di religione che, secondo quanto riferiscono le antiche cronache, fece anche delle vittime. Gli spinettari,  per averla vinta, tirarono dalla loro parte il  parroco, don Vincenzo Giancotti, soprannominato da tutti “ il vicario dell’Arzo”. Quest’ultimo, che abitava nel quartiere Spinetto e, quindi, trovava comodo celebrare nella chiesa di Spinetto, era autoritario e inflessibile e con la sua condotta non aveva fatto altro che fomentare l’odio tra le due fazioni. Successe che, nel tentativo di mettere la pace, si addivenne all’idea di edificare una terza chiesa la quale fu costruita a metà strada tra i due quartieri. Ma questo non servì a riappacificare gli animi dei terravecchiari i quali misero in atto una serie di attentati al punto che radunarsi nella nuova chiesa per ascoltare la messa comportava anche il rischio di perdere la vita. E’ stata attribuita al Mitimè, infatti, l’idea di segare nottetempo le travi che sorreggevano il tetto della Terza Chiesa in modo che lo stesso crollasse addosso alla gente nel bel mezzo delle funzioni religiose. Fortunatamente questo evento non si verificò, ma il Mitimè si rese promotore di una serie di ricorsi fino a quando l’Ordinario diocesano ben presto si rese conto che bisognava mettere fine alle ostilità prima che accadesse qualche grave tragedia. Convocò, quindi, i rappresentanti dei due partiti e, dopo accese dispute e discussioni, si addivenne alla determinazione di sopprimere la Terza Chiesa e ripristinare al culto l’antica Matrice la quale, per l’occasione, fu sistemata alla meglio e messa in condizione di poter funzionare. Il decreto vescovile fu accolto dai terravecchiari con grande giubilo e soddisfazione. Nel men che non si dica la terza chiesa, che aveva funzionato per sei anni,  venne smantellata di tutti i suoi arredi, che furono trasferiti nella Matrice e nei giorni che seguirono fu completamente demolita. A guidare le operazioni  fu naturalmente il Mitimè il quale, insieme ad un certo Gaetano Barillari, che faceva il mestiere di falegname, si mise alla guida di un carro trainato dai buoi e, vestito da bovaro, trasportò quanto più cose poté alla Matrice. Poi, insieme a numerosi altri volontari, si armò di pala e piccone e lavorò fino a quando della terza chiesa non rimase più pietra su pietra. Accadde, però, che qualche anno dopo, e precisamente il 25 maggio dell’anno 1807, Serra fu invasa dai briganti che saccheggiarono il paese e commisero ogni genere di ruberia. Gli invasori saccheggiarono anche il negozio e la casa del Mitimè il quale fu catturato e torturato. Si impegnarono quegli sciagurati di lasciargli salva la vita in cambio di 300 ducati, ma non mantennero la promessa. Dopo avere intascato il danaro, i briganti inveirono sul malcapitato Mitimè e l’uccisero barbaramente. Poi gli tagliarono le mani e le appesero alle imposte della porta della sua bottega. Non paghi di quella inumana crudeltà gli mozzarono il capo e, dopo averlo infilato in una palo, lo lasciarono esposto per diversi giorni nel bel mezzo della piazza di Spinetto. Mitimè fu pianto da tutta la gente del paese. Dopo la partenza dei briganti il suo corpo fu pietosamente ricomposto e sepolto con grande devozione  nella Congregazione della chiesa dell’Addolorata.

Visite: 550

Domenico Calvetta
Marco Calvetta
Tucci revisioni auto

Banner radioserra98

Gioielleria Franco VInci
Pizzeria ristorante da nonna Mariangela
Banner VNU VV

The Best Bookmaker Betfair Review FBetting cvisit from here.

Traduttore

Italian English French German Spanish

Donazione

Amount:


Calendario articoli

Marzo 19
L M M G V S D
25 26 27 28 1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28 29 30 31

Seguici su facebook

Articoli più letti

  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Prev Next

Fatti straordinari: NATUZZA MI DISSE: “ …

Fatti straordinari: NATUZZA MI DISSE: “ Guardate meglio il Vostro orologio…adesso mi credete?”

Hits:40004|VISITE Franco Inzillo - avatar Franco Inzillo

Il lungo calvario di Natuzza Evolo

Il lungo calvario di Natuzza Evolo

Hits:19413|VISITE Sharo Gambino - avatar Sharo Gambino

Inchiesta su Paravati | Il caso di Natuz…

Inchiesta su Paravati | Il caso di Natuzza…una diatriba per denaro e potere!

Hits:11728|VISITE Domenico Calvetta - avatar Domenico Calvetta

La mia terra spogliata di tutto dal 1860…

La mia terra spogliata di tutto dal 1860 ad oggi!

Hits:9262|VISITE Antonio Nicoletta - avatar Antonio Nicoletta

Il mistero della foto di Padre Jarek.

Il mistero della foto di Padre Jarek.

Hits:9251|VISITE Domenico Calvetta - avatar Domenico Calvetta

Rivista Santa Maria del Bosco Registrazione n. 4/10 c/o Tribunale di Vibo Valentia Cellulari 349 3091092 - 339 1808248 - 0963 72109 Email: rivistasantamariadelbosco@gmail.com - All Right reserved © Rivista Santa Maria del Bosco | Web Designer: Marco Calvetta | marcocalvetta@gmail.com

Questo sito utilizza cookies. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookies clicca su “Maggiori Informazioni” e leggi l’informativa completa. Cliccando sul tasto “Accetto” acconsenti all’uso dei cookies. Maggiori Informazioni