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Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

Gioacchino Giancotti
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8 marzo, oltre la mimosa ci vuole ben altro per “amare” le nostre donne!

8 marzo 2019
8 marzo: giorno dedicato alla donna. Bene! Una breve riflessione, però, è d’uopo anche alla luce degli ultimi avvenimenti davvero non felici nei riguardi delle donne. È dalla fine della seconda metà dell’800 che i movimenti femminili elaborano le basi sulle quali le generazioni future di donne organizzeranno la propria emancipazione e liberazione. Ma oggi a che punto siamo? Che possiamo dire e fare l’8 marzo che ormai da anni è dedicato alla celebrazione della donna, alla quale vengono offerti mazzetti di mimosa. Già, la mimosa! Può bastare un grazioso e piacevole fiore per dire “grazie” alla donna, perché così dovremmo fare. Grazie donna!

Ancinale
Ti voglio bene
donna del silenzio,
donna dell'amore dentro.
Ti voglio bene
donna dalle mani fredde,
squarciate sulle pietre d'Ancinale.
Ti voglio bene
donna dalla schiena spezzata
dalle acque gelide
del fiume di montagna.
Ti voglio bene
donna dell'amore infinito
per il figlio che... si doveva costruire!
di Mimmo Stirparo,2013

Certamente, sul piano legislativo molta strada è stata fatta dalla seconda metà del secolo scorso, del millennio passato, ma sul piano del costume e della mentalità non siano messi bene. Se è vero che dal 2003 la presenza femminile, la famosa “quota rosa”, nei vari parlamenti e parlamentini è aumentata; se è vero che il cosiddetto “sesso debole”, ma poi debole perché? chi l’ha mai pensato?, insomma le donne nei posti dirigenziali, dall’industria alla scuola, sono aumentate e con molta diligenza, non è altrettanto vero che la donna è “rispettata” “in casa”. È un dato drammatico: nel nostro Paese più di cento donne sono vittime di omicidi dentro le mura domestiche. E purtroppo il dato statistico va ulteriormente aumentando. Le cronache degli ultimi tempi ce lo confermano. Dobbiamo parlare di allarme, allarme sociale? Certamente sì! La mia riflessione non vuole soffermarsi, solo, sulle fondamentali e sacrosante rivendicazioni che riguardano la parità dei diritti, quanto piuttosto su alcuni aspetti che sono di supporto a tali rivendicazioni. Ciò di cui le donne, oggi, hanno ancora bisogno è la consapevolezza delle proprie qualità, del proprio valore e del loro compito nella società civile. Altro che “sesso debole”! Non un femminismo vacuo! Insomma, ben vengano le conquiste, sempre di più, sul piano pubblico, che non escludano però la riscoperta di una femminilità che si realizza tendendo alla solidarietà, alla cura, all’ascolto e certamente anche in un rapporto con il potere diverso da quello logoro e corrotto dei nostri tempi. Gli studi, sulla questione, di questi anni dimostrano che le differenze non consistono in un divario intellettivo e dintorni, ma nel modo diverso che uomini e donne hanno di leggere la realtà che condividono, nel diverso interesse che entrambi dimostrano nei confronti degli affetti e nelle realizzazioni personali. È necessario, insomma, esperimentare nuove regole per una convivenza civile e armoniosa in cui le due metà del cielo possano realizzare pienamente la propria personalità. Infine, un cenno, non secondario, alle donne, diciamo così, più che mature, non anziane e soprattutto non vecchie come gli oggetti usa e getta. Anche queste nostre nonne, che ormai sono più che giovani, hanno tanto da dire soprattutto se non le escludiamo dai vari contesti familiari e sociali. Le loro esperienze, le sofferenze patite, i traguardi raggiunti saranno di conforto importantissimo per figli e nipoti per crescere. E sì che possiamo donare una mimosa e non una rosa chè le nostre donne conoscono molto bene il valore del risparmiare!

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Vecchi mestieri | C'era una volta..."A mammina"

La Mammina
Tanto tempo fa, si sa, si partoriva in casa e ricche e povere venivano accompagnate nel delicato momento del parto, da una figura femminile: la levatrice.

Il nome dialettale della levatrice, cambia di luogo in luogo, ma s'avvicina spesso alla parola mamma.
Come i medici condotti, era costretta a percorrere, anche a piedi, lunghe distanze, quando le puerpere abitavano nelle cascine di campagna.
Di notte o di giorno e con qualsiasi tempo, si recava dove veniva chiamata.
A volte era una donna di età matura che aveva avuto tanti figli ella stessa, altre, una donna con una dote innata e benvoluta da tutti.
Agiva solitamente da sola, avvalendosi solo dell'aiuto dei familiari della casa e ci s'affidava soprattutto alla buona sorte.
Le donne, solevano pregare e gli uomini venivano allontanati. I mezzi a disposizione erano pochi e rudimentali. Sicuramente occorrevano le forbici che venivano sterilizzate col fuoco...
La nascita era sempre un evento naturale, ma anche molto sofferto da tutti, non solamente dalla futura madre.
C'era sempre l'apprensione che qualcosa andasse storto e ci si affidava volentieri, anche a riti magici o scaramantici.
La preghiera era però al primo posto.
In tempi remoti, capitava spesso che morissero i neonati, magari a causa del cordone ombelicale, o la stessa madre.
Col tempo, in molti posti, "la mammina" diventò comunale, cioè preposta e man mano cominciò a diffondersi il mestiere con studi adatti. Verso gli anni cinquanta, venivano già chiamate ostetriche ed avevano una qualifica.
Quando il bambino nasceva avvolto dalla placenta, si gioiva perché si pensava che il bambino sarebbe stato molto fortunato.

"Nescíu cu a cammisa"
(Nato con la camicia).

La levatrice, lavava bene il neonato, lo controllava come sapeva e lo fasciava con lunghe fasce. cambiava le lenzuola con quelle più belle del corredo e solo dopo che il bambino era stato allattato per la prima volta, faceva entrare il padre a vedere la sua creatura. Il suo lavoro proseguiva recandosi a visitare puerpera e bambino per alcuni giorni, anche dopo il parto.
La levatrice, il piú delle volte veniva pagata in natura. Uova, galline, prodotti dell'orto. Si dava quel che si aveva.

Fonte Immagine

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Domenico Calvetta
Marco Calvetta
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