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Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

Gioacchino Giancotti
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Serra: il fare arte”, secondo Giuseppe Maria Pisani.

Certosa Serra chiesa principale san Bruno
“Serra: il fare arte”, così, nell’ottobre del 1995, il mensile d’informazione “il Laghetto dei Serresi nel mondo” di Toronto diretto da Angelo Pelaia titolava un ricco contributo scritto dal compianto grande artista Giuseppe Maria Pisani. Mi piace riportarlo integralmente e fedelmente perché possa essere da stimolo alle nuove generazioni e motivo di studio e ricerche per studiosi e visitatori. (Mimmo Stirparo)

“Durante il secolo XVI, in seguito al ritrovamento delle ossa di San Bruno, dopo oltre tre secoli caratterizzati dalla presenza dei cistercensi a Serra, la certosa fu interamente ricostruita e il cantiere aperto attirò moltissimi artigiani e artisti che furono chiamati a lavorare agli edifici che progressivamente venivano completati. Per Serra San Bruno cominciò un periodo d’oro per il fervore dell’attività e per l’acquisizione, da parte della popolazione locale, di conoscenze tecnico-artistiche dai moltissimi maestri provenienti da tutt’Europa. Questi grandi artisti si avvalsero nell’esecuzione delle loro opere di maestranze serresi, che diventavano sempre più qualificate e capaci. La loro presenza, il loro esempio e l’apprezzamento da parte dei certosini e delle persone versate nel campo dell’arte, favorirono la prodigiosa fioritura di tale attività tra i cittadini serresi, che da allora si dedicarono in gran parte all’artigianato. Le cause che hanno determinato, oltre alla naturale tendenza del popolo, lo sviluppo e il perfezionamento di tali campi, possono essere ricercate oltre alla presenza della certosa, nella ricchezza di legno e di granito sulle montagne e nell’esistenza di minerali ferrosi nel vicino comprensorio dei comuni di Stilo, Bivongi e Pazzano.
A causa dello sfruttamento di tali risorse Serra divenne uno dei maggiori centri d’arte e d’artigianato della Calabria, specie nei secoli XVI, XVII e XVIII.
L’opera più importante per l’architettura serrese è la curvilinea facciata della chiesa dell’Addolorata. Il suo artefice fu Biagio Scaramuzzino (Serra 1723 – Stilo ?), collaboratore del Vanvitelli nella realizzazione del Palazzo Reale di Caserta. Suo collaboratore nell’esecuzione materiale dell’opera granitica fu il capomastro Vincenzo Salerno. Anche l’attuale facciata tardo barocca della chiesa Matrice, che compie in questi giorni 200 anni (è datata 30 agosto 1795) fu eseguita da Scaramuzzino. Il progetto fu realizzato con la partecipazione di tutto il popolo ai lavori da lui stesso diretti. Per raccogliere una parte di denaro occorrente, in quel periodo si istituì la questua col “cassetto”, che tutt’ora si usa, e con questo si riuscì ad aumentare il capitale necessario per portare avanti la fabbrica. L’architetto Scaramuzzino non riuscì, però, a completare la facciata, che lasciò interrotta al cornicione. Fu l’ingegnere Salomone Barillari (Serra 1831 – 1898), nel 1869 a portare a termine i lavori. Durante tutto il XVIII secolo l’attività dei serresi fu in pieno fervore. Si distinsero per meriti e opere egregie le famiglie Amato, Barillari, De Francesco, Drago, Pisani, Salerno, Scaramuzzino, Scrivo, Valente, Vinci, Zaffino. Di questi ingegni eccezionali rimangono molte opere: nella chiesa Matrice la statua lignea di san Giuseppe, alta due metri, scolpita dall’artista Francesco Zaffino sotto la direzione di Domenico Barillari; la statua lignea del Crocifisso, dal realismo plastico veramente singolare, eseguita dallo scultore Antonio Scrivo poco prima del terremoto del 1783; la statua lignea dell’Immacolata eseguita dallo scultore Vincenzo Scrivo, nipote di Antonio; nella chiesa dell’Assunta, l’elegante altare in legno, dipinto a finto marmo, eccellente scultura del serrese Scaramuzzino, detto “Patacchella”, zio dell’architetto Biagio.
Tra gli altri lavori molto noti degli artisti serresi sono da ricordare la Madonna della Montagna di Taurianova, scolpita nel 1732 da Michele Salerno, gli stalli del coro del tabernacolo lignei di Varapodio scolpiti da Giuseppe Pisani nel 1767, gli altari marmorei del Rosario e del Purgatorio scolpiti dai fratelli Pisani, Bruno Scrivo e Vincenzo Scrivo nel 1762, gli altari maggiori dell’Immacolata di Roccella scolpiti in marmo da Giuseppe Pisani nel 1767, gli altari marmorei del Rosario e del Purgatorio dei fratelli Pisani, Antonio Giuseppe e Vincenzo a Davoli tra il 1750 e il 1782, le statue lignee dell’Odigitria di Polistena, del san Michele di Cinquefrondi e dell’Immacolata di Serra scolpite da Vincenzo Scrivo nel 1798. Purtroppo il grande terremoto del 1783 rase al suolo la certosa e il paese causando la morte di 42 persone. I serresi che si ripresero, però, molto bene, accrebbero il numero delle abitazioni e impiegarono le proprie energie per la costruzione di chiese con facciate in granito e di interni riccamente decorati da stucchi e abbellite da grandi altari marmorei. Tutto questo diede la possibilità agli artisti e ai costruttori di lavorare, di concretizzare praticamente le loro esperienze e di esprimere in piena libertà il loro senso artistico, distinguendosi soprattutto nelle arti “minori”: intagliatori, scalpellini, fonditori, marmorai e forgiai resero famosa Serra San Bruno in tutto il meridione. Intanto la maestria e l’abilità nella creazione di belle statue e il gusto per le decorazioni spingeva parroci e persone qualificate a rivolgersi alle botteghe serresi. Il pubblico di qualsiasi ceto continuava a chiedere opere che dovevano rispondere soltanto ad un comprensibile desiderio: quello di avere a disposizione per la contemplazione i capolavori preferiti. L’artigianato, infatti, doveva collegare la propria opera ad esigenze pratiche, di vita religiosa e sociale, mantenendo sempre la libera espressione individuale nell’opera creata. Sorsero così nuove scuole d’arte e botteghe artigiane in continua emulazione tra di loro: ognuna cercava di distinguersi dalle altre per i mezzi e i sistemi di lavorazione e le innovazioni, apportate in tale campo, venivano gelosamente custodite dal capo bottega. Questa continua gara del perfezionismo delle tecniche di produzione, apportò sensibili innovazioni quando ancora non si conosceva l’impiallacciatura, venne costruito il pergamo della chiesa Matrice, il cui rivestimento risulta eseguito con l’applicazione di foglietti di legno pregiato raffinati manualmente, montati come un mosaico ed applicati sulla intelaiatura con minuscole zeppette. Ed ancora, le cornici degli stalli di Maria Santissima Assunta furono formate dalla connessione di sottili listelle di misura e formato diverso e così fu creata un’opera pregevole e di concezione originalissima. È ancora da ricordare il modello del grande ostensorio del valente artefice Domenico Barillari (Serra 1788 – 1829) scolpito in legno con grande finezza. L’opera fusa in argento nel 1820, fu giudicata tanto sorprendente da far definire il Barillari “il Benvenuto Cellini calabrese”. Intanto gli artigiani acquisivano tecniche particolarmente raffinate nella fusione e lavorazione del ferro, carpendo i segreti ai reali ingegneri borbonici che installarono fonderie e fabbriche d’armi nella vicina Mongiana per sfruttare l’esistenza di minerali ferrosi nella zona. La perfezione raggiunta nel campo della lavorazione del ferro attirò l’attenzione della corte borbonica anche sulle altre attività artigiane e sulle capacità artistiche di questa popolazione, cosicchè artisti ed artigiani del luogo furono chiamati a corte per l’esecuzione di opere di rilevante importanza quale, per esempio, la costruzione dello scalone del palazzo reale di Napoli. I notabili del tempo, conseguentemente, ambirono ad avvalersi della manodopera di personale serrese nella costruzione, nella decorazione e nell’arredamento delle loro sedi. La perfezione raggiunta dagli artisti – artigiani serresi superò, così, i confini della zona richiamando l’attenzione dell’intero regno delle due Sicilie.”

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La Certosa di Serra | L’Abbazia calabrese che vanta una storia millenaria, descritta da un prete letterato.

la certosa descritta da un prete letterato
«Avete mai visitato, per caso, la Certosa di Serra San Bruno? Io sì, tante volte; e ho potuto fiutare l’odor… mistico dell’incenso e quello ancor sapido delle cucine; e vedere nell’ombra dei chiostri profilarsi i rettangoli luminosi dei finestroni, con crudezza geometrica che consentiva le sfumature leggiadre d’un impalpabile e danzante polverio d’oro; e ascendere scalette a spirale dove t’accorgi d’aver sotto i piedi la pietra bianca della vicina montagna, per affacciarti a una cantoria o ad un pulpito, l’uno in fondo a una chiesa e l’altro in mezzo a un refettorio.
Com’è strana quella fila di goffi boccali di terracotta che scandiscono i posti dei frati sulle rustiche mense! La regola severa consente senza scrupolo la frigida dimestichezza di Sor Acqua, ma contenuta in secchi a caraffe, non espanta e cantante da bocche di fontane. Queste bisogna trovarsele e sentirsele fuori, fra l’erbe e gli abeti del bosco, come in un concerto musicale all’aria aperta. La Certosa non ha neppure organo; è inutile cercare sulle pareti della chiesa o delle cappelle uno di quei polverosi e fragorosi cassoni ripieni di canne di stagno che seguono angosciosamente, come vecchi in salita, l’allegro coro del popolo nelle Messe grandi e nei nostri villaggi. Qui i nudi versetti dei salmi cantilenano stanchi su labbra avvezze al silenzio e al digiuno. E c’è un riquadro triste di terra rimossa, segnata dalle croci bene in vista dalle finestre delle squallide celle: il cimitero.
Ma più in là, eccoti filari di viti dai grappoli acerbi chiazzati di zolfo, o, a secondo del tempo, ciliegie vermiglie, peri stracarichi come in orto di cuccagna. La vita e la morte si spiano vicine, senza sorrisi e senz’odio, come due belve che dormono assieme. Voglio dire che i contrasti non mancano neppure in questo regno di rinunzie proterve e assolute, ove la guerra dello Spirito contro la carne – e sia pure quella delle susine – ha uno dei suoi formidabili quartieri.
Mi fermo, per esempio, ad ammirare le severe superstiti muraglie della chiesa del Palladio, dalla nuda facciata assai simile al frontespizio della Regola certosina; la pietra e la struttura, la carta e la parola, dell’Asceta e dell’Architetto, s’eguagliano. Anche il chiostro cinquecentesco, mutilo e quadrato, svolge gli archi fra il verde dell’erba e l’azzurro del cielo, con pieghe flessuose di rami. Ma di là dalle siepi di bosso del viale, a sbaragliare immagini e impressioni che avrebbero colmato di mistica letizia il cuore e la pagina del vecchio Huismans, ti giunge uno starnazzare e crocidare di galline di un bianco uniforme di latte, tranne i rubicondi bargigli e le creste, georgico bordone alle salmodie in canto fermo dei Padri. Ancora e sempre contrasti: la matassa del tempo si dipana anche qui, forse più lentamente, sull’aspo della dialettica, coi tagli più duri. E gira e fa groppo, e si snoda ad ordine questa trama di vita simile a tutte le altre e uguale a nessuna: la vita della Certosa.
Ma i Padri dove sono? Quello che v’accoglie alla porta – e tutti gli altri addetti ai servizi della casa – è un frate che può e deve, con discrezione riguardosa, trattare con chiunque faccia squillare il campanello: il portinaio, che diventa cicerone coi visitatori ed elemosiniere coi poveri. Egli esclude inesorabile dalla soglia le donne; rare volte, e sempre per rescritti papali,la clausura alzò le sbarre per farle passare. I Padri attendono alla perfezione dell’anima, quell’esclusivo esercizio della vita ascetica. Naturalmente, la virtù loro non sopprime contiene e riduce le esigenze e le trasporta su un piano di analogie spirituali; se no, l’esercizio più autentico degli asceti dovrebbe essere il suicidio, e la loro vita un breviario di tutte le più strampalate follie. Sono invece gli uomini più sereni e più esperti che si conoscano. Non pesci d’acquario, ma vele aperte nel vento del cielo e del mare. E neppure vittime o relitti di disperazioni mondane, buttati sul lido della mareggiata delle passioni; pur lasciando, come si conviene, il dovuto margine alle eccezioni. Sono anime assetate di Dio e di silenzio: monaci, con nel petto l’arsura della solitudine e della preghiera da quando nascono. “Io t’ho chiamato fin da quando eri nel ventre di tua madre”. È una frase biblica imbullettata in un ritaglio di cartone bianco sulla porta d’una cella della Certosa. E quest’altra: “Orebe mia certum” ch’è una sommessa parola di amore».

 

Don Francesco Laugelli, Mille cerini per un sigaro, (Edizione familiare a cura del nipote Lelè Laugelli), Squillace Lido 2008, pp. 95-97.

Don Ciccio (per gli amici) Laugelli nacque ad Amaroni il 25 gennaio 1906. Divenuto sacerdote, fu prima parroco di Nardodipace e poi di S. Pietro a Squillace. Insegnò discipline letterarie nel seminario di Squillace e rifulse come eccellente oratore sacro. Oltre ad una profonda sensibilità umana, ebbe anche una grande cultura nel campo artistico, letterario e filosofico. Morì il 30 luglio 1996 a Catanzaro.

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