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Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

Gioacchino Giancotti
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Bruno De Raffaele Poeta

 

”Fermati tempo / chiudi i tuoi occhi / tempo perchè esisti? /Tempo / dov'è la mia infanzia? / dov'è mia madre? / dov'è mio padre? / Tempo / hai rapito la mia giovinezza/ hai rubato i miei sorrisi:/ Tempo/ tu che uccidi/ tu che tradisci/ tu che sconvolgi/ nessuno mai prova a ferirti/ nessuno ti colpisce al cuore/ nessuno ti condanna/ Tempo/ io voglio fermarti/ io voglio ferirti/ io voglio annientarti./ Tempo / perchè le mie mani ti cercano? / perchè il mio cuore ti ama?/ Tempo del mio tempo/ tempo del mio vivere/ tempo del mio...morire.” : così, come da lontananza che rende imprendibile la conchiglia di mare pur quando nella mano la stringi, come suono di antiche maree, così arriva l’invito di Bruno De Raffaele e arriva contenuto, come in un prezioso scrigno, nella silloge ancor più arricchita, non solo in quantità, che rimane ancora inedita e che meriterebbe comunque fortuna editoriale, “Desideri innocenti”. È un invito che ti coinvolge “silenziosamente, piano” come quando “arriva la sera./ Ti avvolge con tenerezza”. È il racconto che si svela, ti prende e ti cattura come un filo dolce e suadente. È “la voglia d’amare/…sottile, delicata,profonda malinconia/…il cuore infinitamente giovane/ attinge/ dai ricordi più belli/ attimi di vita/ avvolti nel tempo”. Sono “Desideri innocenti” che si animano sotto una mal celata malinconia. Il ricordo e la speranza metabolizzati dai sentimenti, con liricità, riescono a suscitare emozioni come “quando l’anima /si veste di poesia / il mondo ti sorride. / Una dolce musica invade il cuore / di chi beve alla fonte / di questo meraviglioso nettare./ Preziosi sapori penetrano l’essere / nella profondità più assoluta / scavano la parte più vera di noi”.
È il verseggiare garbato e raffinato ma tanto tanto umano del poeta crotonese che da sempre va scolpendo, nel suo giornale di bordo, le sue riflessioni, le sue ansie, i suoi fremiti di nostalgia e di lontananza e ritorna “la gioia/ di quando bambini felici/ correvamo i sentieri/ di fantasie e di giochi/ m’invade/ ancora oggi/ che, adulti, per strade diverse/ affrontiamo la Vita”. Sono versi che ti raccontano il suo pacato senso di solitudine, i suoi abbandoni tra le sere stellate e gli orizzonti al largo degli oceani. Proprio così, perché De Raffaele, pur di origini montane (essendosi educato, negli anni infantili, all’ombra della millenaria Certosa di Serra San Bruno) ha amato il mare e con esso ha condiviso ben 10 anni d’imbarco su un Incrociatore della Marina Militare in quanto Maresciallo dello stesso Corpo ed insignito della Croce commemorativa per la Forza militare di pace in Libano. E il suo mare, l’amico Bruno lo dipinge con una bella lirica che è tutto andamento dolce e suadente, un’immagine realisticamente malinconica che si snoda fra versi di raffinata arte ed intensità emotiva. Leggiamola “Mare in tempesta”: “Intensi riflessi di luce / accecano lo sguardo / giochi di onde blu / s’infrangono impetuosi / sulla scura  barriera di scogli. /Spettacolo di immane bellezza / per chi ha  il mare nel cuore. / La natura si scatena / ed esprime la sua potenza / L’uomo è immobile ed assiste / con emozione / a questa irripetibile / immagine azzurra / che affascina la sua anima!”

Insomma un “vecchio lupo di mare” che è tutto generosità e desiderio di sentirsi qualche volta “passerotto smarrito” o “fiore candido” davanti “allo sguardo umano”. Leggendo, ancora, altre poesie che compongono la silloge ci si trova davanti ad un poetare che si snoda in un dire elegante e coinvolgente nel quale si evidenziano le molteplicità degli stati emozionali e la voce va oltre il silenzio. Sono pagine belle e per certi aspetti drammatici, dalle intense sollecitazioni alla ricerca di se stessi in mezzo ai dolori e alle amarezze del mondo. Tutta la poetica di De Raffaele comunica sentimento e bellezza, religiosità e contemplazione, vita e passionalità. Poesia che punta all’anima delle cose e degli uomini trasmettendo conforto e speranza. Così nella lirica  “Offri il tuo immenso dolore” laddove ti invita, ci invita  ad offrirci, ad accostarci con animo sereno e speranzoso “a colei che con cuore di mamma / ci ha generato e che accoglie / fra le sue dolci braccia / i nostri figli con un amore / che supera ogni limite umano. / Accetta il disegno di Dio / che su ognuno di noi / è perfetto nell’amore. / Abbraccia la fede / che ti permette di raggiungere / tutto ciò che hai perso sulla terra”.

Ora il nostro poeta vive il meritato riposo nella sua casa di Crotone tra buoni libri, tanto scolpire sul foglio bianco le emozioni del passato per regalarle a noi, molti amici che amano conversare con lui e tanta voglia di fare e trasmettere il suo essere marinaio come “Nostalgia d’immenso” parlando al mare e chiedendogli “…dove sono / le tue onde di cristallo ?/ Non sento l’odore degli scogli / quando tu li accarezzi!/ Inconsapevole sofferenza del mio Essere / dov’è il profumo dei tuoi colori! / Non avverto il tuo abbraccio di vita / i miei occhi / cercano il tuo azzurro / cercano / la luce del sole / che tu rifletti! / Mi manchi  / dolce presenza! / Oh mare / giammai mi priverò / di te in eterno.”

 

 

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Essere Svegli significa essere Vivi

 

Qualche tempo fa mi è capitata tra le mani una poesia di Daito Kanushi:
Se l’occhio potesse udire,
Se l’orecchio potesse vedere,
Vi incanterebbe
Il semplice suono dell’acqua sul tetto.
Queste semplici parole mi hanno fatto riflettere. Mi sono resa conto che la maggior parte degli esseri umani vive senza esserne cosciente.
Ogni mattina ci alziamo dal letto credendo di essere svegli, ma di fatto stiamo ancora dormendo. Compiamo ogni azione in maniera meccanica, automatica e spesso dimentichiamo ciò che abbiamo fatto pochi istanti prima proprio per questa assenza di coscienza. Non vediamo niente, non sentiamo nulla. Siamo come automi. Non siamo capaci di agire, noi “subiamo”. Nessuno è più in grado di stupirsi, di vedere quanta bellezza c’è nel mondo, la meraviglia e il mistero che ci circondano. Secondo il filosofo Gurdjieff, l’uomo è una “macchina”: tutto ciò che fa, le sue azioni, parole, pensieri, sentimenti, convinzioni, abitudini, opinioni altro non sono che il risultato di influenze e impressioni esteriori. Di per sé l’uomo non può produrre un solo pensiero, una sola azione perché tutto quello che dice, pensa, sente, di fatto accade. Questo perché egli non è mai cosciente di se stesso mentre fa, dice, pensa, sente qualcosa. La sua mente è sempre distratta, altrove. È come se fosse sempre qualcun altro a fare le cose al posto suo, la macchina. Il suo vero essere, la sua coscienza, se così vogliamo chiamarla, in realtà sta dormendo. Nel Dharmapada il Buddha insegna che l’attenzione è il solo sentiero che conduce all’immortalità. Gli “attenti” non muoiono, mentre i “disattenti” sono come già morti. Per essere vivi, dunque, bisogna essere svegli.
Ma come fare a “svegliarsi”? Il primo passo è conoscere se stessi. Conoscere se stessi è l’inizio e probabilmente il fine del nostro viaggio in questo mondo. Siamo su questa terra per una ragione, e continueremo a nascere, morire e rinascere finché non avremo conquistato quello per cui siamo venuti. Non si tratta di conquistare potere, denaro, o fama. Si tratta invece di conquistare qualcosa che neanche la morte potrà portarci via: coscienza, consapevolezza, volontà. Scriveva Henry David Thoreau, “Datemi la verità, invece che amore, danaro o fama”. Forse non vogliamo interrogarci seriamente su chi siamo per paura di scoprire che c’è un’altra realtà oltre a questa. E dalla comprensione conseguirebbe la responsabilità. Così appare più appetibile continuare a dormire, vivere immersi in questo sogno. Perché, come insegna il Buddha, le cose del mondo, quando le si osserva attentamente, sono soltanto illusioni viste in sogno. Ma questo sonno non è vita. La gente ha così paura di morire perché di fatto non ha mai vissuto. Soltanto chi è rimasto “sveglio”, chi ha sempre mantenuto desta la coscienza di sé, ha vissuto veramente. Costui non teme la morte, perché sa che altro non è che un nuovo inizio, l’inizio dell’autentica vita dell’essere. Mentre chi dorme è destinato al samsara, l’eterno ciclo di nascite e morti. L’unica via d’uscita è trovare la verità e, come diceva Sant’Agostino, “In interiore homine habitat veritas”. La verità è dentro di noi. Per questo motivo dobbiamo svegliarci e mantenerci desti. Thoreau scrive: “Il vento mattutino soffia eternamente, il poema della creazione è continuo; ma poche sono le orecchie che riescono a udirlo”. Allora cerchiamo di essere presenti a noi stessi, di non “dormire”, di essere “svegli”, e non trascuriamo mai la ricerca della nostra vera essenza, che è divina e luminosa. Solo così potremmo un giorno liberarci da questa catena infinita di nascita e morte che ci tiene avvinghiati ormai da migliaia di anni, ed essere finalmente vivi.

 

Immagine tratta dal sito: http://petali-di-loto.blogspot.it/

 

 

 

 

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