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Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

Gioacchino Giancotti
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Il testamento di frate Gerasimo di Ciano

 

Paesaggio agrario nella Calabria dell’anno 1000 e obblighi dei villani verso il signore.
Lo spaccato dell’economia calabrese nell’XI, già delineato da studiosi medioevisti, viene confermato anche dai documenti riguardanti il Convento di Ciano di Gerocarne. Questo monastero fu fondato presumibilmente tra il 1075 e il 1080 da frate Gerasimo, suo primo igumeno (priore) . Il suo testamento ci consente di capire su quali risorse materiali ed umane poteva contare il cenobio : Frate Gerasimo fondò il monastero su un piccolo appezzamento avuto dal padre; dice di coltivarlo servendosi dei suoi agricoltori (villani) e delle sue mani. Intorno ad esso vi era la vigna ed al monastero appartenevano altri appezzamenti di terreno in varie località . Facevano parte del paesaggio agrario anche gli uliveti . Nel testamento sono menzionati oltre all’arredo liturgico, anche le attrezzature che erano costituite da 10 botti,20 tini,10 zappe,4 mortai ,coltelli per potare,tenaglie,tegami grandi e piccoli ed altri arnesi. Inoltre vi era del bestiame consistente in 6 coppie di buoi, 6 asini e due giumente.Certamente vi era un mulino, del quale rimangono i ruderi accanto al torrente “Pòtami”, che testimonia la produzione di frumento.

Questi dati confermano assieme ad altri ( vedi anche il testamento dell’anno 1198 di Giovanni Scullandi ,signore di Aieta , quale fosse il paesaggio agrario diffuso in tutta la Calabria intorno all’anno Mille: Oliveti e vigne erano posti a ridosso dei centri abitati.Nell’ultima fase della dominazione bizantina era più diffusa la vigna dell’uliveto.Il vino ed il pane erano alla base dell’alimentazione della quale facevano parte anche i grassi animali .Intorno ai centri abitati e ai monasteri vi erano anche delle colture orticole (Barbara Rotundo: Paesaggio agrario calabrese in età normanna ,in I normanni in finibus Calabriae ,Rubbettino,2003) . Cereali e vite erano pertanto le colture preminenti.La cultura dei cereali era basata sul maggese, attuabile con poca spesa, e sul riposo dei terreni. Per cui il ciclo più ricorrente era quello biennale in base al quale si alternavano cereali invernali e maggese. Negli atti dei monasteri greci ( monastero di S.Giovanni a Théristes ,1101-1102) si parla di abbondante produzione di vino,grano ed olio. In epoca bizantina oltre alle coltivazioni vi era il cosiddetto incultum (la foresta) che poteva essere sia di proprietà privata che pubblica; nell’incultum (silva) avveniva la raccolta dei frutti spontanei,del legname per costruire e per altri usi; i castagneti erano diffusi in tutta la regione In parecchi atti si fa riferimento a mulini ad acqua o pressoi d’olio. Importanti perciò sono anche i documenti legali e religiosi del convento di Ciano, che meritano di essere ancora di più approfonditi per trarne altre notizie preziose .

Nel testamento di Frà Gerasimo si fa riferimento alla coltivazione del campo del monastero di Ciano con i contadini , oltre che dall’abate con le proprie mani;nelle abbazie latine non è dato incontrare abati che zappano la terra.Questo era forse uno dei motivi che avvicinavano i monaci italo-greci alla popolazione: essi oltre che per la loro religiosità erano benvoluti per la condizione dimessa e umile in cui vivevano. Il riferimento contenuto nel testamento del frate di Ciano ci induce a tratteggiare brevemente la condizione dei villani, che erano legati alla terra e ne seguivano la sorte in caso di trasferimento da un soggetto ad un altro. Nel privilegio del 1200 Gian Francesco de Arenis,Conte di Arena, donò al convento di Ciano dei villani. Questi sono indicati per nome e cognome; a volte è indicato il nome del capo famiglia e genericamente i figli. I loro obblighi erano indicati espressamente : dovevano dare e consegnare ogni anno al monastero l’erbatico ( tassa per il pascolo di erbivori) e il ghiandaggio (tassa per il pascolo dei suini) come tutti gli altri villani del dominio (feudo di Arena ) “ e cioè 1) a natale una gallina,due pani,un troncone (capicollo),il lombo del porco che uccidevano e metà della sugna; 2)A Pasqua due buccellate (grossi pani ) e una corolla di pane con dieci uova; 3)nella festività di S.Pietro una matassa ( di lana?); 4)Durante la vendemmia dovevano fornire i cerchi per la riparazione delle botti ,e per angaria e perangaria (prestazioni personali) , due giornate di lavoro la settimana; 5)Per perangaria dovevano fornire dodici giornate lavorative, delle quali tre durante la vendemmia,tre durante le semine,tre alla mietitura,e tre nell’aia durante la trebbiatura.

Altri uomini, indicati espressamente, dovevano dare e consegnare al monastero annualmente:

Erbatico e ghiandaggio; una giornata lavorativa la settimana;tre giornate lavorative alla mietitura,tre alle semine, e tre alla vendemmia, nella festività di S.Pietro una matassa ( di lana?);a Natale una gallina e due pani ; A Pasqua una corolla di pane con dieci uova.

Al monastero venne pure concessa la libertà di avere tenere e possedere boschi, colture, terre, campi, oliveti, verzieri, giardini, orti, acquedotti, mulini, battenderie. E la selvaggina uccisa dal cacciatori nei possedimenti del monastero spettava per un quarto allo stesso monastero .

Si evince, anche da tale documento che in Calabria affittuari e villani avevano tipi differenti di obblighi e che il ceto contadino non era affatto uniforme.Nel XIII secolo sembra che la condizione dell’angarius fosse considerata la più bassa delle condizioni sociali, essi non potevano aspirare ad alcun incarico pubblico. Comunque, le condizioni praticate ai suddetti “vassalli” e villani nello Stato di Arena e Soreto erano così gravose che questi erano restii ad accettare gli affitti dei territori ed altri corpi feudali, e di soggiacere a diritti,angarie e parangarie.( vedi i documenti pubblicati nel libro del dr. Del Giudice: “Il convento basiliano di S.Pietro Spina di Ciano”) . Nonostante tutto, in Calabria, come in altre parti del regno (Sicilia) l’unico modo per acquistare diritti sui terreni era quello,da uomini liberi, di diventare villani, pagando decime, tributi e facendo servizi (prestazioni personali come quelle descritte) per aver poi la possibilità di trasferire i diritti ai propri eredi secondo un uso delle signorie latine:per i greci,infatti, era importante acquisire così beni familiari.

In generale dall’esame dei documenti la Calabria nell’epoca medievale appare come un mosaico di comunità rurali ed anche urbane distinte e preoccupate di assicurarsi dei diritti e delle condizioni migliori nei confronti dei signori del luogo.Esemplare e la storia dei contadini asserviti al Monastero di S.Stefano del Bosco (Serra S.Bruno) che ottennero il diritto di appellarsi a Federico II contro i tentativi di abusi dell’abate Ruggero (v. lo storico inglese Donald Mattew I Normanni in Italia, Laterza ,1997).

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Soriano: “Mastazzola e Mastazzulari”, un’arte che si perpetua nel tempo.

 

mustazzolaIn ogni grande festa patronale che si celebra nella nostra regione, non possono mancare, ormai da secoli, i “mastazzolari” di Soriano. Sono loro, questi particolari venditori ambulanti, che danno una caratterizzazione singolare tra folclore e religiosità alle nostre feste. Ed anche nella grande festa mariana della Madonna di Capo Colonna di Crotone i mastazzolari sono presenti già dal mezzogiorno del 30 aprile quando la Chiesa crotonese dà avvio alle celebrazioni con la “calata” della grande Icona bizantina. Sono già nelle immediate adiacenze della Cattedrale e poi ancora più numerosi tra le multicolori bancarelle della grande fiera.
I mastazzolari sono quei venditori, anche abbastanza anziani, che non mancano mai di ritornare, durante la primavera mariana, a Crotone per esporre la loro antichissima mercanzia:i mostaccioli di Soriano. Cosa sono? Quale la loro storia? Per chi scrive è davvero una pagina emozionante chè ricorda la storia delle proprie radici, la storia di Soriano la terra che diede i natali al proprio genitore.
I mostaccioli di Soriano, detti “mastazzola”, in origine prodotti anche con mosto cotto, da cui prendono il nome ( mustaceum, mustacea, antica focaccia preparata con farina, mosto cotto e anice, condita con grasso cacio e cotta su foglie di lauro), sono dei gustosi biscotti prodotti oggi esclusivamente con farina, miele e tanti aromatici ingredienti, secondo una ricetta che, da secoli, i Sorianesi si tramandano da padre in figlio.
Il filologo G. Rohlfs, nel suo “Dizionario dialettale delle tre Calabrie”, definisce i “mostaccioli sorianesi” “specie di dolci di farina impastata con miele o mosto cotto”; mentre, per lo scrittore G.B. Marzano, sono “dolci caserecci fatti con farina, miele cotto, conditi con droghe, di forma romboidale, a pupattoli, panierini e simili.”(Dizionario etimologico del dialetto calabrese).
Sono i “mastazzola” di Soriano che negli ultimi anni hanno trovato posto anche in rassegne culturali e mostre prestigiose. Nel 1969 sono stati esposti alla “Mostra-mercato dell’artigianato internazionale” di Pittsburg (USA) e nel 1987 al “Museo nazionale delle Arti e delle tradizioni popolari” di Roma. Qui  hanno fatto la loro bella figura per la rassegna de “La cultura della bambola”: insomma accanto alle bambole di stoffa dagli occhi azzurri e dai capelli turchini giunte da ogni regione d’Italia, anche le nostre “pape”, “dame”, “pacchiane” e pure il tradizionale cuore decorato di stagnola policroma con la scritta “amor” che gli “ziti”, i fidanzati, si scambiano in occasione delle feste  patronali o nel giorno onomastico e tutto fedelmente prodotto nella terra di San Domenico.
Anche se Soriano è considerata la vera patria di questi tipici dolci calabresi, che da febbraio a settembre sono presenti in tutte le sagre e le feste, per la verità non è l’unico paese produttore. Ma i nostri  si distinguono dal tipo di lavorazione, come spesso mi raccontava mio padre.
Qui ogni singolo “pezzo” è lavorato a mano su lunghe tavole di noce, sulle quali i giovani lavoranti, dopo aver manipolato a dovere la farina, il miele e le essenze aromatiche, modellano, con la pasta ottenuta, gli oggetti più strani e bizzarri. Nascono così, oggi un po’ di meno per via della modernità e della sovrabbondanza di altri dolci provenienti dal nord, nascono così, dicevo, cavallucci, agnellini lanuti, torelli bizzosi, grandi cuori con la scritta “ti amo” o “amor” e tanti altri “scherzi” (come in gergo vengono chiamate queste composizioni), in cui elementi decorativi ed un ricercato gusto del particolare, danno vita ad antiche forme, cristallizzate dalla tradizione.
La loro origine probabilmente viene da molto lontano nel tempo. I più la fanno risalire al 1510, anno di fondazione del Convento di San Domenico e della venuta dei Domenicani a Soriano, i quali hanno introdotto la lavorazione dei mostaccioli che, a loro volta, avevano appreso dai monaci certosini della vicina Serra San Bruno. Quest’ultimi hanno lasciato ai Serresi la tradizione di un biscotto similare, gli “’nzulli”, la cui lavorazione non è molto differente, è solo l’esito diverso: il dolce è molto duro sotto i denti rispetto ai mostaccioli.
Ma secondo una testimonianza di Teocrito nel XV idillio detto delle “siracusane”, che indica i mostaccioli come “ex voto” da offrire alle divinità per grazia ricevuta, quelli di Soriano risalirebbero addirittura a tre secoli prima di Cristo.
Beh dopo oltre duemila anni, i mostaccioli non sono sostanzialmente cambiati ma son sempre “sculture povere ma belle”.

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Domenico Calvetta
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