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Artisti Pisani | Il ritratto di Mons. Bruno Maria Tedeschi, un'opera d'arte scomparsa.

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archivescovo Bruno Maria tedeschi

La scorsa estate mi è capitato di recarmi nella sagrestia della chiesa matrice:  ricordavo che sugli armadi, entrando a sinistra, era collocato il ritratto di Mons. Bruno Maria Tedeschi, dipinto da Stefano Pisani  nel 1834 quando il prelato divenne Arcivescovo di Rossano. Il quadro non è più al suo posto. Dove è finito? E’ stato spostato, rimosso, conservato o semplicemente non c’è più? Nessuno, nemmeno Don Leonardo, ha potuto darmi informazioni in merito. Il quadro non ha un notevole valore artistico, in quanto è di fattura popolare, ma ha un grande valore storico documentario perché testimonia un evento importante, e riproduce i tratti somatici dell’Arcivescovo, ritratto con il vestito nero, una grande croce d’oro sul petto e un vistoso biglietto con la dicitura A Sua Eccellenza Rev.ma Monsignor Bruno Maria Tedeschi, […] dell’Arcidiocesi di Rossano, Serra. La speranza è che l’opera non sia andata perduta, che possa ancora essere recuperata. Oggi del grande prelato serrese rimane solo un secondo ritratto custodito nella chiesa dell’Addolorata che lo riproduce con i paramenti vescovili in atto di benedire. Entrambi hanno alle spalle un cartiglio, che in alcuni dipinti simili contiene informazioni storiche sul personaggio e in altri, pur rimanendo bianco, ne identifica la bottega di produzione, quella cioè, di Stefano (Serra, 1750 – 1843) e Venanzio Pisani (Serra, 1800 – 1878), padre e figlio, entrambi pittori. A Stefano appartengono molte opere eseguite per le chiese di Serra, tra le quali l’Ultima cena posta nel coro della Matrice e i profeti, i padri della chiesa, Ester e Assuero nell’Addolorata. Venanzio invece, oltre ai tanti ritratti e alle statue processionali disseminate in tutta la Calabria, eseguì i due tondi raffiguranti l’Assunta poste sulle volte delle due chiese omonime. Spero che possa esser compreso da tutti come la conservazione delle fonti storiche visive sia fondamentale. Perdere la memoria collettiva, privare una comunità delle proprie radici è un atto molto grave perché recide ogni legame con il passato e con l’identità di un popolo. Alcuni oggetti d’arte che Serra custodisce (o custodiva) sono da considerarsi, appunto, identitari, identificano cioè un luogo e lo legano alle persone che vi abitano in modo indissolubile. Un oggetto identitario era, ad esempio, la Spera Randi: rendeva i serresi orgogliosi dell’abilità e dell’ingegno dei propri antenati che erano arrivati a concepire un’opera così straordinaria da lasciare senza fiato tutti coloro che avevano la fortuna di poterla ammirare. Non è più negli armadi della chiesa matrice ma non si dispera, un giorno, di poterla ancora trovare. Il fatto che se ne parli, nonostante i 35 anni trascorsi dal furto, e che lo si consideri un oggetto vivo e presente spiega in maniera inequivocabile quanto forte sia il legame con alcune opere. E’ fondamentale a questo punto limitare i danni al patrimonio artistico custodito in paese, evitare altri furti come anche altri problemi che possono essere causati da eventi naturali. Tutto ciò è possibile con i mezzi che ci offre il mondo moderno. Penso ad esempio ai due angioletti collocati sul fastigio della facciata dell’Addolorata, recentemente attribuiti allo scultore fiorentino Innocenzo Mangani. Quanto sono sicuri? Non sarebbe opportuno realizzare un calco e una riproduzione in polvere di marmo e custodire bene gli originali? Si potrebbe così conseguire un duplice obiettivo, quello di conservarli e quello di museificarli, insieme ad altri oggetti, a pro della chiesa e dell’Arciconfraternita. Stessa procedura si potrebbe adottare per i due angeli attribuiti al Muller collocati sulla facciata della chiesa Matrice insieme a San Biagio e San Bruno, che si trovano sulle “navarelle”. Il rischio è che le intemperie possano, a lungo andare, calcinare i marmi o che un fulmine o una lieve scossa possano farli precipitare. Del resto sono collocati sulle due facciate da secoli e tenuti da ferri ormai arrugginiti. Sarebbe opportuno quanto meno prevenire eventuali danni. Ricordo inoltre i furti avvenuti all’interno del paese di pezzi litici o marmorei appartenuti alla vecchia Certosa e collocati dai nostri antenati sulle facciate delle case. Molti, tra i quali il bellissimo cherubino alato un tempo situato dietro il monumento ai caduti, sono spariti mentre altri resistono da secoli alle intemperie e alle malversazioni degli uomini. Ma fino a quando? Salvare il salvabile è un preciso dovere di tutti noi, che non siamo affatto i proprietari  dei beni storico artistici ma solo i loro consegnatari. Abbiamo infatti il preciso dovere di tramandarli alle future generazioni così come li abbiamo ricevuti.

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