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Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

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Il caso Bruno Lacaria: come si può spiegare che un amico diventi un omicida

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Omicidio Bruno lacaria
Non è facile scrivere sull’omicidio Lacaria di Spadola, sia perché il fatto si è verificato da poco tempo e il dolore dei familiari è ancora vivo, sia per rispetto delle indagini in corso e sia perché questa notizia ha suscitato un forte turbamento nella nostra comunità. Di conseguenza chi scrive ha dovuto energicamente sforzarsi, almeno per i tempi tecnici che impone il redigere un’articolo, a non essere coinvolto né in emozioni personali né nel pathos generale che ha investito come un uragano il comprensorio delle Serre. Anche in questo scritto, come in quello di Nazzareno Salerno, appare superfluo ripetere i fatti che ne hanno caratterizzato il triste epilogo; fatti ribaditi più volte dai mass media locali, sia cartacei e sia on line! Appare invero più interessante e singolare trattare questo spinoso evento, come già detto, dalla prospettiva psicologica: come si può spiegare che due brave persone ( fino al giorno del delitto ) per di più amici e compari che si sono frequentati per molti anni affettuosamente, improvvisamente si trasformano in vittima e carnefice? Cosa è successo e cosa succede nella psiche umana perché ciò avvenga? Domande difficili alle quali per rispondere in modo esaustivo dovremmo avere a disposizione molte pagine, ma che noi con l’apporto, sia pur breve, riduttivo e con un linguaggio atecnico - cioè fuori dalla psichiatria - attraverso la saggezza antica e la letteratura del 900’, ci siamo cimentati a dare una spiegazione logica pur nella consapevolezza dell’insidia che presenta questa problematica non di facile intellezione.
Per comodità di trattazione andremo a dividere in fasi il comportamento del reo prima e dopo l’omicidio; quindi parleremo in linee generali di esso e non del caso specifico omicidio Lacaria, sottolineando tuttavia che ogni delitto presenta diversità di connotati ma anche comunanze di fattori. Esse ( fasi ) si susseguono con cadenza breve o lunga a seconda della personalità di base dei contendenti e dell’importanza della posta in gioco tra le parti: iniziano fra di loro i dubbi e vacillano le certezze; vani sono i chiarimenti e il confronto in nome della vecchia amicizia; cominciano a covare nella mente umana rancori, risentimenti e vendette; è giunto l’attimo della reazione fisica che dipende dalla personalità dei contendenti; l’ira e l’istinto animalesco offuscano la mente; subentra una specie di forza istintuale guidata dal Maligno che colpisce e infierisce sulla vittima; subentra repentinamente la consapevolezza di avere ucciso; la insufficiente freddezza ( per chi non è delinquente abituale ) e poi l’affanno di nascondere grossolanamente le prove dell’omicidio per non essere incriminato; la pressione degli inquirenti, il tormento nella psiche nel reo con uno scontro emotivo tra ragione e sentimento, la confessione che delle volte appare come un sollievo; l’espiazione delle pena all’ombra delle sbarre del carcere, dove la psiche viene ancora una volta bombardata da una tempesta emotiva tra pentimento, rimorso e consapevolezza della rovina irreversibile delle famiglie coinvolte. Un attimo d’ira incontrollata in una mente predisposta alla violenza ha bruciato la pace futura di tante vite umane.
A questa schematizzazione, prima di concludere questo delicato argomento e per meglio dimostrare la sua fondatezza, giova aggiungere ed evidenziare alcune comunanze che presenta la psiche umana allorquando istintivamente o razionalmente decide di commettere un omicidio, il più grave dei reati che è l’annientamento di un altro simile. Per fare ciò e per metterci al riparo di commettere errori interpretativi sostanziali, poniamo alla base della nostra discettazione qualche nota, attraverso un approccio con i classici antichi e contemporanei, laddove nel loro pensiero hanno attinto gli studiosi della “mente umana” con il fine di approfondire la loro analisi scientifica. Il filosofo Seneca, abilissimo cesellatore del pensiero morale e psicologico, che visse a cavaliere tra il I secolo a.c. e il I secolo d.c., fra le altre tante cose, nel suo dialogo De Ira, distinse i due fatti psicologici che caratterizzano la mente dell’uomo: il puro e semplice impulso ( hormè ) e la passione ( pathos ). Il primo è spontaneo, momentaneo , comune all’uomo ed agli animali, incontrollabile. La sua totale arazionalità lo colloca fuori dell’ambito della moralità. La passione, invece, implica sempre un consenso della ragione allo stato d’animo: una razionalità condizionata dunque o malata, moralmente inaccettabile. Ciò per ribadire quanto sopra riportato, che l’ira offusca la mente e porta l’agire umano a conseguenze estreme e luttuose. L’uomo avviluppato dalle fiamme dall’ira diviene feroce e questa repentina trasformazione, rispetto allo stato normale, avviene prima nella psiche ( impercettibile per gli altri ) per poi trasmettersi sul volto umano dove in esso si notano i sintomi della pazzia. Tanto più è grande l’ira , tanto più apertamente ribolle verso una trasfigurazione totale del corpo umano: espressione minacciosa, fronte aggrottata, faccia scura, passo concitato, respiro affannoso, occhi ardenti, mani tremolanti. E’ questo il momento che l’essere umano raggiunge la maggiore criticità e da uomo fino a quel momento razionale può divenire istintivamente potenziale assassino. Infine non si può non citare Dostoevskij, acuto analista dell’animo umano, considerato da Freud il più grande psicologo di tutti i tempi, laddove nel suo romanzo intimista Delitto e castigo traccia gli stati d’animo che si alternano nella mente dell’omicida come una luce ad intermittenza. Già il titolo dell’opera ha un’impatto scoraggiante, richiama laceranti abissi di una sfera istintuale umana dalla quale di rado si trova scampo, una volta che si è addentrati. L’assassino rimane intrappolato nella insopportabile oscurità del suo calvario animico voluto da lui! Ci sarà un riscatto successivo mentre l’omicida espia la pena, si pente religiosamente, ed è per questo che esso dev’essere considerato un romanzo positivo ( che consiglio la lettura )…ma il discorso si fa lungo e gli spazi della rivista divengono stretti. Dobbiamo mettere punto, nostro malgrado, perché la tematica trattata pur delicata ( la psiche dell’assassino ) rimane sempre affascinante per lo studioso che ha la passione di approfondire sempre di più la ricerca e per il lettore che vuole sempre più conoscere gli oscuri meandri dell’animo umano.

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