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Racconti al focolare serresi: Ceppa, di Vinicio Gambino.

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Ceppa di Vinicio Gambino
Era piccola, minuta, il viso striato da numerose rughe,il naso camuso, due occhietti semichiusi, le labbra sottili e la bocca con due soli denti canini. Non so quanti anni avesse allorché la vidi per la prima volta e non lo seppi mai: la sua età era indefinibile
Quando l’avevano battezzata -raccontava- il prete aveva saltato alcune parole sacre e conseguentemente il battesimo aveva perso parte del suo valore sacramentale. Perciò le capitava, spesso, di essere partecipe di fenomeni che nulla avevano a che fare con la realtà di ogni giorno.
Aveva potuto, così, vedere il “ monachello folletto”: un essere a mezzobusto che fluttuava nell’aria, dal viso paffuto e rubicondo da adolescente; dagli occhi vispi e dal sorriso sempre strafottente; sulle spalle portava una specie di rocchetto e sulla testa un cappuccio, la cui punta gli scendeva fin dietro le spalle, entrambi di colore turchino. Raccontava, Ceppa, a tale proposito, che se qualcuno avesse avuto la possibilità di impadronirsi di quel cappuccio, il “folletto” si metteva a piangere e pur di riaverlo prometteva che gli avrebbe rivelato il luogo dove i briganti avevano sotterrato il tesoro. Era cattivo e dispettoso! Nelle abitazioni dove, non visto, si introduceva furtivamente ne combinava di tutti i colori: metteva pugni di sale nella minestra; di notte faceva lo sconquasso con i coperchi delle pentole e altro ancora. Una volta versò la polenta, pronta per la cena, lungo la scala sogghignando: “frascatuli di ccà e frascatuli di ddha alla facci di cui li fa”.
Lei, lo aveva visto solo un paio di volte poiché,in seguito al Concilio di Trento ( ? ! 1545-1547 ), lui e suoi simili erano scomparsi per sempre.

“Una notte si trovava in montagna a far legna, quando in uno spiazzo vide qualcosa di luccicante che si muoveva: era la chioccia con i pulcini d’oro. Senza far rumore,quatta quatta si era avvicinata per acchiapparne qualcuno ma quelli con la rapidità di un fulmine scomparvero nel bosco retrostante per poi apparire più in là. Stesso tentativo, stessa fuga; e così per altre tre, quattro volte; alla fine la chioccia con uno sberleffo le fece “ e cu e cuccurucù, nuddhu m’acchiapau e mancu m’accchiappi tu “ e sparì insieme ai pulcini. ”

“Adolescente, una sera d’inverno, dopo aver finito le faccende domestiche presso la famiglia dove prestava servizio, si era messa in strada per far ritorno a casa. Faceva freddo e il tempo minacciava la neve. Era buio pesto e non c’era anima viva lungo lo stradone. Ad un tratto nell’aria vide volteggiare un qualcosa di candido che poi si posò a terra, ma non era neve; poi ne caddero altri, ancora di più, molto di più, divennero fitti. Si abbassò per raccoglierne qualcuno per rendersi conto che cos’ erano. Erano monete di carta ! Poi sentì una mano che le batteva dolcemente sulla spalla e una voce in lontananza che le diceva : “ Pigghiandi…, pigghiandi…, pigghiandi “ Ebbe paura, gettò quello che aveva raccolto e cominciò a correre senza fermarsi fino a quando,tutta tremante,non raggiunse la sua modesta abitazione….”

“L’indomani, di buon’ora, i suoi uomini dovevano risalire nuovamente in montagna dove facevano il carbone e rimanervi per una quindicina di giorni. Si rese conto che il pane, che dovevano portarsi con loro, non era sufficiente e quindi doveva panificare e subito. Si accorse,anche, che nemmeno la farina era bastevole per cui doveva andare al più presto al mulino a macinare.
Si stava facendo sera e messa una “menzalora” di frumento in un sacco se lo pose in testa e si avviò verso il mulino di Crea che era l’unico aperto a quell’ora.
Il mulino era situato nella vallata dell’Ancinale e si accedeva percorrendo un viottolo che si apriva sulla destra della “stratareggia”nei pressi del Cimitero, a cinquecento metri dal paese.
Non si sbrigò subito poiché vi erano altre donne che erano pure loro in attesa di macinare e quindi doveva aspettare il suo turno. Quando toccò a lei era già molto tardi: macinò, si rimise in testa il sacco con la farina e risalì il viottolo rischiarato dalla luna. Allorché si immise nuovamente sulla “stratareggia” sentì l’orologio della chiesa dell’Assunta che suonava “ li cientubuotti” : ndi…ndo…ndi ndo …Era mezzanotte!
Allungò il passo per giungere presto a casa e panificare; camminava “senza malizia “ –come diceva lei-. Arrivata all’altezza dell’ex fabbrica di gassose di Giacchino, vide,all’inizio della salita di S. Rocco, una processione di “fratelli” dalle tre Congreghe Serresi con i loro stendardi e i loro vessilli che avanzava lentamente verso il Cimitero salmodiando e recitando giaculatorie. Non ci fece caso anche se la cosa era fuori dall’ ordinario. Schierati lungo i lati della strada per prima venivano le fanciulle che indossavano una veste bianca lunga fino ai piedi, stretta in vita da un cordoncino color turchino, un velo sempre di color bianco che scendeva loro lungo le spalle, fermato sul capo da una corona di delicati fiorellini azzurri e una catenina appesa al collo da cui pendeva un crocefisso. In fine, tenevano la mano destra chiusa in pugno con il pollice rivolto verso l’alto da cui si sprigionava una fiammella. Poi venivano i fanciulli chiusi nei loro vestitini bianchi con una fascia di seta bianca, adornata da una frangia fatta di fili d’oro, attorno al braccio destro. Anche dai loro pollici si sprigionava una fiammella.
Seguivano, subito dopo, i “fratelli” della Congrega di Spinetto con il loro rocchetto azzurro e una fascia rossa a tracolla; dietro di loro venivano i “ fratelli” della chiesa dell’Assunta con il rocchetto di colore azzurro ed in fine i “fratelli” della Congrega dell’Addolorata dal rocchetto nero.
Arrivata al bivio per lo “Schiccio” era obbligata ad attraversare la strada per poter raggiungere la sua abitazione: di conseguenza era costretta a passare in mezzo ai fratelli e spezzare,così, il filo della processione . Non ci pensò due volte data la fretta che aveva di fare il pane e tagliò diritta fermando il corteo. Quando passò davanti al “ maestro di cerimonia”questi battendo energicamente per terra il “bastone del comando” l’apostrofò dicendo: “ Alla murìa, cuomu si passa! “ e lei di rimando,con lo stesso tono rispose “ Alla pudìa, ca io aiu mu fazzu lu pani! “
Giunta a casa, entrò in un piccolo basso semibuio dove c’era il forno; setacciò la farina in una madìa, versò dell’acqua, vi aggiunse il lievito e impastò il tutto. Quindi tracciò con un coltello una grande croce sulla pasta e vi stese sopra una coperta di lana perché si “riposasse”.
In attesa,si avviò verso il pollaio per dar da mangiare alle galline ma quando aprì la porta per poco non le venne un colpo apoplettico: tutte e dieci le galline che aveva,compreso anche un gallo, giacevano distese al suolo, morte! Allora si rese conto di quanto era successo quella notte quando il maestro di cerimonia della fratellanza battendo il bastone del comando le gridò “alla murìa…” e se lei non avesse ribattuto “alla pudìa….” cioè ai polli, sarebbero morti lei e suoi familiari non le galline. Rimase confusa. Si ricordò anche che era mattina di Pentecoste e che la “fratellanza” che aveva interrotta era costituita dai defunti che rientravano nel camposanto dopo che il Signore, per intercessione della Madonna, aveva loro concesso di ritornare sulla terra dal 2 novembre al giorno di Pentecoste per stare, in spirito, a contatto con i loro familiari viventi! ( la nonna le raccontava che la vigilia di Pentecoste “ li mbiati muorti ” sospiravano: “ tutti li fiesti iissiru e binissiro e Pinticosta non binissi mai”) .
Venne il marito e vedendo quello spettacolo, fece: “ nci vinna na botta di capistuoticu.” “Capistuoticu !–disse lei ancora stravolta- va duvi stacivi iendu, va….”

Nostalgia di tempi passati e di persone scomparse. Così trascorrevamo, a casa mia, alcuni dopocena nelle lunghe serate d’inverno. Seduti attorno al braciere, noi ragazzi ascoltavamo le fantasiose storie di Maria Giuseppa, analfabeta ed ottima affabulatrice, pendendo dalle sue labbra tra un misto di stupore e di paura immaginando di vedere spuntare dal buio del vano delle scale, da un momento all’altro, i “morti “ ( li bieniditti come li chiamava lei ) o il “monachello folletto” “

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