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Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

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Storia locale | Il terribile comandante Voster e i serresi

il comandante voster
Gli anni compresi tra il 1807 e il 1811 non dovettero essere molto tranquilli per i cittadini serresi. La vita che menavano i contadini, gli artigiani, i commercianti e lo stesso clero era turbata, da una parte, dai soldati francesi, che erano entrati nella città di Napoli nel 1806 e che avevano invaso il Regno, dall’altra, dai briganti che periodicamente, quando la situazione glielo consentiva, invadevano il paese, scendendo dalle montagne circostanti e commettendo ogni genere di razzie. Non siamo in grado di dire quale dei due mali, se i Francesi o i Briganti, fosse quello minore. Fatto sta che i primi, presidiando costantemente con una guarnigione di militari il centro abitato, tenevano lontani i briganti i quali avevano paura di affrontare i Francesi, essendo quest’ultimi bene armati e superiori sia per numero sia per addestramento. Nello stesso tempo, però, i Francesi non si mostravano teneri con gli abitanti e anche loro opprimevano, rubavano e non esitavano ad uccidere ogni volta che c’era da incamerare qualcosa che tornava utile ai loro bisogni materiali e finanziari. Esisteva in loco anche un corpo armato governativo, che consisteva in una guarnigione denominata la “Civica” con il compito di mantenere l’ordine pubblico e che affiancava i Francesi nelle spedizioni contro i briganti. La Civica, in un territorio occupato da una potenza straniera non era libera di agire come meglio voleva, ma era spesso soggetta a fare quello che volevano gli occupatori. A comandare la piazza e, quindi, la guarnigione francese e, all’occorrenza, anche quella governativa, era un certo Voster, che la cronaca descrive come “un uomo crudele, intrattabile, fiero e ladro, non dissimile dalla brigata che comandava”. Il comandante Voster era rimasto a Serra a capo della Gendarmeria dopo che la guarnigione francese era stata chiamata a Monteleone (oggi Vibo Valentia) per dare rinforzo ai soldati francesi, impegnati in azioni militari in quel territorio. La storia racconta che il comandante Voster esigeva ogni mese dalla cittadina il pagamento di un dazio di mille ducati per il servizio della Piazza e per il mantenimento della forza armata, che doveva difendere la popolazione dai briganti. In realtà Voster non voleva l’annientamento dei briganti ma, al contrario, desiderava che si moltiplicassero per poter avere la scusa di esigere dalla popolazione il danaro, che lui arraffava e utilizzava per il tornaconto personale. Nelle spedizioni contro i briganti Voster mandava la Civica, mentre la sua Gendarmeria se ne restava in paese e godeva tranquillamente del mantenimento pubblico, facendo la bella vita.
Accadde che un giorno tre briganti si finsero “pentiti” e scesero in paese con la scusa di ottenere un salvacondotto dal comandante della Piazza. Quel giorno, fortuna per lui, Voster era assente perché, essendo anche il comandante del Distretto di Gerace, dovette andare in quella città per il disbrigo dei suoi affari. Rimasero in sua vece sul posto al comando della Gendarmeria un certo Gerard, tenente della stessa e un certo Ravier, maresciallo. Per contattare i due comandanti, i briganti si servirono di un loro conoscente, certo Raffaele Timpano, soprannominato Paparello. Quest’ultimo andò a trovare Gerard e Ravier all’ora di pranzo, quando i due avevano appena finito di mangiare ed erano abbastanza avvinazzati. Ma non andò da solo. Il Paparello si fece accompagnare dal giudice di pace don Bruno Chimirri, dal comandante della Civica, don Domenico Peronacci e dal governativo Giuseppe Amato.
I quattro, giunti all’alloggio di Gerard e Ravier, li trovarono completamente ubriachi. Nonostante tutto riferirono ugualmente qual era lo scopo della loro visita, precisando che i tre briganti si volevano consegnare e insistendo perché i due comandanti andassero di persona nella baracca dove i briganti attendevano per avere il salvacondotto. L’abbondante bevuta aveva evidentemente risparmiato al tenente e al maresciallo della Gendarmeria ancora un po’ di cervello. Infatti, prima di andare all’incontro con i briganti pentiti, i due comandanti, pensando da ubriachi, si armarono di pistola e ne diedero una anche al giudice Chimirri e al civico Peronacci. Probabilmente strada facendo si unì al gruppo un altro soldato della Civica, certo Domenico Iorfida il quale, chissà per quale ragione, volle proseguire con gli altri. Giunti sul posto, Chimirri, Peronacci, Amato e Iorfida aspettarono fuori, tenendosi a debita distanza, mentre Gerad e Ravier entrarono nella baracca. Ma, appena i due varcarono la soglia i briganti aprirono il fuoco e li uccisero all’istante. Non paghi spararono anche contro quelli che erano rimasti fuori, colpendo mortalmente il Iorfida, mentre i rimanenti rimasero miracolosamente illesi. Compiuta la strage, i tre briganti si barricarono dentro la baracca, convinti probabilmente che chi si trovava all’esterno aprisse il fuoco contro di loro. Ma né il giudice Chimirri, né il civico Peronacci avevano alcuna intenzione di sparare. Lo fece invece la guardia Civica, che giunse di lì a poco sul posto con una buona scorta di uomini e di armi e, dopo avere assediato la baracca da ogni lato, riuscì a penetrare all’interno, uccidendo i tre briganti.
La notizia dell’uccisione dei due comandanti francesi si sparse in un batter d’occhio in paese e raggelò il sangue di tutti i serresi. La vendetta del comandante Voster sarebbe stata immediata e implacabile. I cadaveri dei briganti uccisi furono trascinati dagli uomini della guardia Civica nel piazzale di Spinetto e lasciati lì, senza sepoltura in pasto ai cani. Ma questo non servì ad attenuare l’ira furibonda di Voster che, tornato precipitosamente da Gerace, inviò un rapporto di fuoco contro i serresi al generale Manes, aiutante di campo e comandante supremo delle forze armate francesi dopo S. M. Gioacchino Murat. Quel rapporto, sicuramente pieno di bugie per aggravare le colpe dei serresi e attirare la vendetta più spietata, giunse in men che non si dica a Nicastro dove, in quel periodo, dimorava Manes, generale spietato e crudele, detto ‘lo sterminatore’.

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Antichi mestieri | U capillaru & Co!

Girando per internet, l'occhio m'è caduto sulla foto di questo motocarro pieno di oggetti, di un venditore ambulante. All'improvviso quanti ricordi!
antichi mestieri u capillaru
Fino ad una ventina d'anni fa i supermarket non erano molti e quello che serviva per la casa si comprava quasi sempre al mercato o quando si saliva a Vibo dove c'era più scelta. A qualsiasi ora del giorno, però non mancava mai l'eco del venditore di turno che col suo furgone, motocarro o auto, non offrisse la sua mercanzia. La mattina potevamo sentire le grida dei venditori di pesce che arrivavano da Bagnara e Pizzo e molti venditori di frutta e verdura. A dire la verità, molti, la verdura se la coltivavano da sè negli orti, ma qualcosa da comprare c'era sempre. Passavano poi, molti "marocchini" come li chiamavamo noi, con le vistose coperte caricate sulle spalle sia d'estate che d'inverno. Solo in seguito si sono attrezzati con carretti e carrozzelle da spingere, carichi di ogni ben di Dio di indubbia provenienza.C'erano i venditori di detersivi ed ogni tanto appariva una novità che incuriosiva tutto il vicinato.
Non era raro, infatti che ogni tanto sbucasse fuori qualche guardingo venditore tutto elegante che lasciava l'auto da qualche parte e girava per i vicoli ad offrire la sua speciale mercanzia:oro! Tirava fuori da valigette, catene, bracciali, orologi, interi set di posate di presunto argento massiccio, ed in poco tempo era capace d'attirare un capannello di donne curiose, ma sicuramente più scaltre di lui! Che io ricordi, mai nessuna vicina ha mai comprato nulla, per paura che si trattasse di merce rubata o piuttosto falsa.
Una o due volte l'anno arrivavano anche "i Napulitani". Loro vendevano corredo ed arrivavano con un bel furgone carico di ogni ben di Dio che avrebbe ammaliato gli occhi di qualsiasi sposina alle prime armi. Non le nostre mamme. Loro avevano l'occhio fino. Capivano subito se era roba buona o di scarsa qualità, ma qualche piccolo affare lo facevano sempre. Era uso, infatti, per chi aveva figlie femmine, preparare il corredo sin da piccole "a cincu", a "diaci", a "dudici", a "vinti", le più facoltose! Significava preparare cinque, dieci,ecc, coperte, tovaglie, asciugamani e così via. Più si poteva fare, meglio era, per non fare brutta figura con le future suocere delle figlie. Si prevedeva sempre qualche capo più prezioso e poi la roba più "giornaliera", come la chiamavamo. Molte di noi ragazze sapevamo ricamare e fare l'uncinetto e così le mamme compravano spesso delle intere pezze di "trusciu", cioè tele intere di stoffa per lenzuola e tovaglie da usare a nostro piacimento. Ricamate ed abbellite con pizzi, diventavano preziosi ed originali per ognuna. Erano i lavori di cui andare fiere davanti alle suocere col famoso: "l'ho fatto io!"
Il venditore più curioso di tutti, andando un pò indietro nel tempo, a quando ero ancora bambina, era "U capillaru". Era una strana vendita la sua perchè piuttosto usava barattare ciocche di capelli con i suoi oggetti. Allora le nonne e le mamme, ma soprattutto noi bambine, portavamo i capelli lunghi.Loro, raccolti a crocchia intrecciata sul capo ed ogni volta che si pettinavano, qualche capello rimaneva sempre nel pettine. Non si buttava! Andava a finire in una bustina, in una scatolina, "po capillaru". Il bottino aumentava vistosamente quando a noi bambine, spuntavano le frangette o ce li accorciavano per farli irrobustire...dicevano. Quante belle trecce sono cadute sotto le forbici! La voce che circolava sul "capillaru" era che lui vendeva i nostri capelli per fare le parrucche, altri dicevano che servivano per le bambole. In realtà non abbiamo mai saputo dove finivano i nostri capelli!
Quando il "capillaru" arrivava, col suo motocarro stracarico, portava sempre qualche novità. Oggi diremmo che erano tutte cineserie, perchè infatti, era proprio quella merce che cominciava a varcare i nostri confini. Rigorosamente tutto di plastica. Bicchieri, colapasta, ciotole, portasapone, bidoni, secchi ecc.Lui esperto soppesava i capelli e decideva cosa dare in cambio. Le donne se erano contente dello scambio, prendevano e se ne andavano, altre curiose aspettavano di vedere lo scambio della vicina. Spesso, non erano contente del baratto e per ripicca non glieli davano aspettando di raccoglierne un pò di più per la prossima volta con la speranza di prendere qualche oggetto più utile. Il venditore cercava sempre di accontentare tutte, perchè era il suo lavoro e non voleva sicuramente tornare a mani vuote. Spesso accomodavano con l' aggiunta di poche lire per equilibrare il prezzo e tutti erano più contenti. Naturalmente, noi bambine eravamo felici quando le mamme prendevano qualcosa per noi: mollettine per i capelli, qualche giocattolino, penne per la scuola...
Anche questi momenti facevano parte della coralità paesana, come la chiamo io. Tutto il vicinato sapeva quello che si faceva, che si comprava, che si decideva...Chissà se da qualche parte esistono ancora "i capillari" coi loro motocarri stracarichi di curiosità allora... robetta, oggi...

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Domenico Calvetta
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