Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

Li sirinati di na vota | L'urtimi sonaturi di la Serra.

Conversazione con Nzino Scrivo, Domenico Calabretta e Bruno "Tarcelli", reduci di un mondo perduto…
Li sirinati di na vota di Serra San Bruno
Tutti i fatti, le storielle e gli aneddoti che vengono raccontati, per capirli nella loro interezza umana, bisogna pensarli nel contesto sociale e temporale nel quale si consumarono, altrimenti, giudicarli con la mentalità di oggi, si rischia di smarrire la strada per poterli apprezzare nella loro giusta sostanza. Stiamo parlando di nostri paesani che vissero il ventennio tra la fine della seconda guerra mondiale e i primi anni sessanta, in una Serra ancora povera e falcidiata dalla presenza perniciosa dell’emigrazione. In questi anni, mentre alcuni giovani man mano partivano in cerca di lavoro, altri si adoperavano ad imparare qualche mestiere ma anche ad imparare a suonare qualche strumento musicale, e poi costituire bande, gruppi e “sunaturi di sirinati” con esecuzioni di valzer, tanghi e canzoni popolari. Su quest’ultimi viene incentrata la nostra attenzione e curiosità. Quando un mondo sparisce, noi contemporanei abbiamo il dovere di recuperarlo tenendo saldi la memoria e le radici che ci legano al nostro territorio. Ecco perché questo scritto, sia pure breve, viene dedicato ai “serenatisti” viventi e a quelli che non ci sono più, perché essi insieme allietarono con la musica disagi e povertà di tante famiglie nelle notti d’estate e nelle lunghe e silenziose notti d’inverno. Siamo perciò andati a parlare con gli ultimi reduci dei suonatori, attingendo quindi a fonti di prima mano e di vita vissuta. Ci dice Nzino Scrivo classe 1932, che quando aveva sedici anni cominciò ad imparare la chitarra per poi passare alla fisarmonica prendendo lezioni dal noto Ciro Amato che è stato suo mentore e che conosceva la musica. Si ricorda di avere suonato le serenate con Totò De Blasio ( violino ) e Gino Vellone ( lu bidellu ) ed altri. Di solito venivano chiamati da amici e conoscenti per esibirsi sotto la casa dell’innamorata. La reazione di lei o dei familiari era di rispetto e spesso venivano invitati ad entrare per bere il “millefiori”, un liquore posseduto da quasi tutte le famiglie. Si ricorda pure che una notte, mentre il gruppo si stava ritirando verso le rispettive case, Beniamino Regio ( fratello di don Vincenzino ) li invitò a seguirlo verso Spinetto per suonare in onore di Domenico Muzzì ( “Massaru Brunu “) che da poco era ritornato temporaneamente dagli Stati Uniti a Serra. Il Muzzì emozionato per quella calorosa accoglienza, scese nella strada, tolse dal portofoglio un mazzo di dollari e regalò 10 dollari a ciascuno dei suonatori! Il giorno seguente Nzino si comprò un paio di scarpe nuove da “Occhi Celesti”, rinomato negozio di Corso Umberto. Già da questo episodio si evince la differenza tra un’emigrazione consolidata di benessere da una parte e la povertà estrema dall’altra, di chi scelse di rimanere, anche se temporaneamente, nel proprio paese natio. Ci racconta Domenico Calabretta ( Micuzzu lu Cutrunisi, fratello del nostro parroco don Leonardo ) classe 1933 - ogni anno ritorna da Torino nel periodo estivo - che lui suonava il clarinetto andando a lezione da “ Ciccio di Donna Annina” ( padre di Ciro Amato ); del suo gruppo fece parte un certo “Ciccio di Ballata” che suonava la chitarra e Bruno Tarcelli che suonava la fisarmonica. Dopo le serenate, spesso venivano invitati ad entrare nella casa della ragazza; non davano soldi ma offrivano bevande, biscotti, caramelle, soppressate, formaggio e vino. Ricorda che a Spinetto, mentre erano stati chiamati a suonare ad una festa non si erano accorti che ad una casa adiacente stavano vegliando un morto! Alle prime note, i parenti di quest’ultimo li mandarono via malamente. Solo dopo capirono che tra le due famiglie vi era una palese inimicizia. Ci narra Mastru Brunu Tarcelli ( Barillari ), classe 1940, ultimo artista del legno che non si è mai trasferito da Serra, dove invece ha sfruttato al massimo le sue capacità di artigiano, il suo estro e la sua fantasia - tutti provenienti dalla solida tradizione dell’alto lignaggio artistico serrese - che prima di partire per il servizio militare, insieme agli due già menzionati, a Peppe Manno ( detto Mudiestu che suonava la chitarra ) e Vincenzino Caruso ( fratello di Tito e di Pino ), uscivano per suonare le serenate. Anche lui imparò la musica con il già citato Ciro Amato e poi con Alberto Petragnani. Allora il corteggiamento consisteva nell’osservazione a distanza con il muto linguaggio degli occhi. Infatti si andava alla “Missa urtima” della domenica in gloria del Signore ma anche a guardare la probabile fidanzata che a sua volta rispondeva, non sempre, con un sguardo furtivo ed ammiccante, foriero della volontà della giovane ragazza. Ciò significava che la serenata si poteva fare con buone probabilità di riuscita. Infatti quando sopraggiungeva la notte e durante l’esecuzione musicale, se lei accendeva la luce l’esito era positivo ma il consenso rimaneva sospeso quando la predestinata dormiva con i genitori o con le sorelle, perché non poteva comunicare le sue reali intenzioni. In questo caso il risultato del corteggiamento si doveva rimandare “ a data da destinarsi!”. Aggiunge il nostro che tre sonate venivano fatte per amore; due sonate per amicizia e una sonata e cantata corrispondevano ai “canti di sdiegnu”. Ricorda infine che una sera stavano suonando verso la via Sette Dolori di Terravecchia con Michelino Lu Bidellu ( Vellone ) sotto la casa del maestro Pelaia, quando improvvisamente da un balcone spuntò lui ( Luzzetto Pelaia, “Pistuni” ) con il pigiama e con la sua solita eloquenza li invitò a suonare ad una casa poco più a monte e a cantare la canzone “ I Papaveri “ ( alla Via San Lorenzo ). Dopo un minuto che ebbero intonato “ …lo sai che i papaveri sono alti alti alti e tu sei PICCOLINA…”, un secchio di urina li investì in pieno bagnando vestiti, strumenti e scarpe! anche il maestro Luzzetto fu colpito, pur essendo consapevole, lui estroso e burlone, di avere coinvolto in un pasticcio gli ignari suonatori, che ingenuamente avevano cantato sotto il balcone della “Sette misi “ ( mamma del compianto Fernando ) dove dalla parte della madre erano di statura molto bassa! E’ venuto il momento di concludere questa breve ma piacevole conversazione con i nostri protagonisti. Per motivi di spazio dobbiamo troncare la interessante tematica trattata ma prima o poi la riprenderemo affinchè la memoria vinca l’eterna lotta con l’oblio. Oggi di alcuni di questi suonatori non rimane niente, dispersi nei meandri della vita o morti in terre lontane rispetto al paese di origine. Tuttavia noi abbiamo il dovere di ricordarli non solo con i loro nomi ed “ingiurie” ma anche attraverso le vecchie immagini recuperate. Dietro e dentro ogni foto si celano usi e costumi, pianti e sorrisi intrisi dai colori del tempo che consegnano le persone all’eternità.

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Oltre la “Mastranza”, a Serra San Bruno e dintorni tanta sublime poesia.

Dopo i tanti artisti dei secoli scorsi e sulla scia di Mastro Bruno Pelaggi e Sharo Gambino, una nutrita schiera di poeti e scrittori che contribuiscono alla crescita culturale delle Serre.


maestranza e poesia serra san bruno
Nei secoli, Serra San Bruno ha avuto il privilegio di dare i natali a numerosi artisti (scultori, pittori, architetti, disegnatori, fotografi, ebanisti, stuccatori, scalpellini e altri) che hanno dato lustro e decoro artistico non solo a Serra ma anche a vari centri della Calabria fino a Napoli ed oltre Oceano. Come non ricordare i vari Barillari, Pisani, Regio, Lo Moro, Scaramuzzino, De Francesco, Zaffino, Scrivo, Salerno, Pelaggi, Drago e altri che hanno creato quella grande scuola artistica che è conosciuta, nel mondo, come “La Mastranza di La Serra”.
Orbene, a cotanta nobile schiera di artisti potevano mancare i poeti? Certo che no! Insomma non ci siamo fatti mancare nulla. Alla fine dell’800 si è manifestato Mastro Bruno Pelaggi che ci ha lasciato una raccolta di poesie dette “Li stuori”. Il poeta – scalpellino che oggi fa bella compagnia ai tanti grandi della Letteratura Italiana è soprattutto voce della Treccani. In questi ultimi anni è nato un Comitato che prende il suo nome per valorizzare, custodire e divulgare la sua opera, organizzando, anche, il concorso letterario “Mastro Bruno cerca discepoli nel mondo” giunto alla 2^ edizione. Il ‘900, invece, ci ha regalato il prolifico scrittore, poeta, giornalista e pittore, Sharo Gambino, nativo di Vazzano ma serrese da sempre. Meridionalista attento e scrupoloso, profondo conoscitore e divulgatore della cultura meridionale, Gambino, detto ”la voce delle Serre”, ha inteso il suo meridionalismo, come scrive Ottavio Cavalcanti, “al di fuori di un’ottica apparentemente regionalistica, in realtà aliena da asfittici localismi perché protesta, invettiva, urlo, bestemmia non accettano confini, esprimendo l’ansia degli oppressi, di tutti gli oppressi, a forme più alte di vita, dignità, civile convivenza.” Dappertutto la sua immensa produzione ha incontrato il favore della critica delineandolo come grande autore della cultura nazionale, non solo meridionale.
Sulla scia dei due illustri poeti e scrittori di casa nostra, si sono affermati, in questi anni, tanti poeti tutti ospitati nelle pagine della Rivista Santa Maria del Bosco e tutti curati, con recensioni e articoli vari, dal nostro prezioso collaboratore, il poeta e giornalista Mimmo Stirparo. Da queste pagine tracciamo l’ampia panoramica, seppur necessariamente sintetica, di poeti e scrittori serresi doc e di altri che in qualche maniera sono vicini alla città della Certosa ed hanno contribuito alla crescita culturale del territorio delle Serre.

Il primo posto di questa bella schiera tocca a Rosario Bevilacqua, nativo di Pizzo Calabro e morto a Crotone qualche anno fa, che ha iniziato il suo appassionato impegno di educatore nelle nostre scuole elementari dove il suo salotto preferito per gli incontri con la gente era la sartoria di Mastro Vincenzo, papà del nostro Mimmo Stirparo. Nel 1956 approdava a Crotone in qualità di Direttore Didattico prima e di Ispettore Ministeriale poi. Non ha mai rescisso il cordone ombelicale con Serra che considerava “sua”. È stato attento giornalista e scrittore di testi di pedagogia e legislazione scolastica e testi monografici su Lombardo Radice oltre a numerose raccolte di poesie. Fino agli ultimi giorni prima dell’abbandono ha partecipato a vari concorsi di poesia e giornalismo in tutta Italia conseguendo numerosi e prestigiosi riconoscimenti.


La serrese Grazia Bertucci percorre un itinerario che le è vivo nel sangue, lo approfondisce, lo esalta, lo stigmatizza senza enfasi e rende il verseggiare vivo, palpitante. Questo diario, itinerario, è tutto ben tracciato nella silloge poetica “Il mio mondo” edita, lo scorso anno. Notiamo in questa raccolta, seppur non molto corposa, una tensione lirica alta e densa, frutto di un vissuto fatto di curve, tornanti e zig zag, rettilinei e piani panoramici. La poetessa con un linguaggio asciutto, ci offre una sua tavolozza ricca di varie modulazioni dove i colori si fondono in un cromatismo lieve e tenero. A squadernare la silloge ritroviamo la poetessa –avvocato ricca di una sua saggezza raggiunta attraverso un itinerario di vita profondamente sofferto e, nel marasma quotidiano, mai ha ammainato la bandiera della speranza. Al postutto, ricaviamo una poesia scarna nel suo enunciato, viva nel suo nucleo emozionale, palpitante di desideri antichi attraverso una vitalità vera e vissuta seppur sofferta.


Di Nardodipace ma serrese di adozione è Silvana Costa la cui poesia ha una profonda filosofia di vita che si coglie tra i versi semplici e freschi. Quel che piace della Costa è il tono colloquiale: un tono discorsivo con vibranti pulsazioni dove i sentimenti attingono ad una vitalità umana che si trasmette con facilità. Tutto nasce dalla consapevolezza di interrogarsi con un linguaggio d’amore verso il mondo e la vita nella sua complessità; la poesia diventa messaggio con riflessioni interiori. Uno scavo di introspezione psicologica, insomma. Son tutti versi ricchi di tanta comunicabilità e dai quali emergono i sospiri del cuore che fremono nei volti amati, nell’amore, nella verità di vita. Nel 2016 ha dato alle stampe la silloge “Liriche visioni” con illustrazioni di Gaetano Minale e prefazione di Mimmo Stirparo. Di recente membro di Giuria al “Premio Vincenzo Ammirà” di Vibo Valentia e alla 2^ Edizione del Premio “Mastro Bruno cerca discepoli nel mondo”.


Infaticabile organizzatore del suddetto concorso letterario è Giacinto Damiani, presidente del Comitato che prende il nome dell’illustre poeta Mastro Bruno. Damiani si esprime anche in poesia con versi che ricordano il poeta “di lu Zaccanu”, versi come scolpiti nel marmo, immediati ed incisivi. Dalla popolare platea di “lu chianu di Nitila”, un osservatorio tutto particolare, il Damiani offre un’ampia panoramica della sua e nostra terra, della montagna, della gente, delle bellezze naturali ed architettoniche che il buon Dio ha voluto regalare a “La Serra”. Ed in qualità di simpatizzante e dichiarato “discipulu”, Damiani non poteva non fermare il suo accorato pensiero sul poeta-scalpellino. Tra le tante poesie pubblicate su vari giornali, piace ricordare i versi a carattere didattico della lirica “Nonno, chi è Mastro Bruno?”: illustrare ai suoi e nostri nipoti i tratti salienti dell’amara esistenza dell’autore di Alla luna, le condizioni familiari e sociali del tempo a Serra, nelle Serre, in montagna.


La sua è poesia che comunica bellezza, contemplazione, tanta vita e tante emozioni. Bruno Albino De Raffaele, crotonese, originario di Serra, pluripremiato, ci offre un verseggiare molto raffinato, non accademicamente ricercato, tanto umano, semplice, con le sue riflessioni, le sue ansie e i fremiti di giustizia e di speranza. In tutto il suo percorso De Raffaele esprime un linguaggio elegante e coinvolgente nel quale si evidenzia la molteplicità degli stati emozionali, le paure, i gemiti, il desiderio di pace. I suoi versi si leggono lievemente perché privi di inutili arcaismi e termini forbiti, consapevole che la poesia autentica è fatta di risonanze e trasfigurazioni. È su questo verseggiare che il poeta serrese-krotoniate ha costruito il suo percorso che invita a meditare e a testimoniare sulla centralità dell’uomo nella storia e nell’amore della vita. A Bruno Albino De Raffaele, la targa “Museo della Certosa”, assegnatagli, lo scorso anno, alla 1^ Edizione del Premio di Poesia “Mastro Bruno cerca discepoli nel mondo”.

Una poesia vissuta, amaramente vissuta, poesia rinverdita dal pianto continuo, ancora oggi. La poesia di Antonio Franzè, di Nardodipace dove la sua fanciullezza e giovinezza hanno stampato espressioni figurate di sensazioni emotive che lasciano esprimere versi semplici e spontanei intrisi di tanta sofferenza non priva, talvolta, di rassegnazione. Versi limpidi, dal tema mai obsoleto, l’emigrazione, che riesce a comporsi in nitide immagini di interiorità vogliose di tenersi legate in un intenso abbraccio d’amore. Insomma versi che riescono con semplicità lessicale e facilità di comunicazione, data dalla tipicità del vernacolo, a stabilire osmosi tra il Franzè e il lettore toccando il sentimento e provocando emozioni. Nei mesi scorsi, per la poesia in vernacolo “Terra ‘ngrata”, a Franzè, anche nostro prolifico collaboratore, gli è stato riconosciuto il 1° premio della 1^ Edizione del Concorso letterario “Vincenzo Ammirà”.di Vibo V. Membro di Giuria alla 2^ Edizione del Premio “Mastro Bruno cerca discepoli nel mondo” che si tiene a Serra San Bruno.


Nicola Gullo, il poeta- informatico, serrese d’adozione, è autore di una silloge in cui non si notano espressioni estemporanee ma pagine legate l’una all’altra da motivi sottintesi che bisogna scoprire fra le righe in quanto fra esse c’è il dono di una speranzosa unità. È un viaggio poetico e umano non ribelle ma di un giovane dei nostri tempi, fermo nei suoi convincimenti. Indicano questo percorso e questo obiettivo anche altre poesie come: Io – poeta, Liberazione, Una danza di cristalli, e altre. Dalla sua poetica si ricava un continuo interrogativo: dove va il poeta? dove va l’uomo? E mi piace ribadire che qui sono le eterne domande dell’uomo sul suo destino analizzate con assiduità ed intensità di scavo psicologico tanto da apparire in rovelli d’amore ed echi della nostra vita.


Una raccolta, ancora inedita, da titolare “Emozioni” perché vuole e sa comunicare poesia espressiva, musicalità, ritmo, sussurro emotivo, pittorica descrizione delle problematiche esistenziali. Qui, l’uomo, la vita, i sentimenti, i pensieri, la parola stessa diventano veicolo comunicativo degli esseri umani, si trasformano in una realtà che perde la sua configurazione individuale perché è questo che lo stesso autore intende. Si tratta del giovane universitario molto vicino alle attività culturali che vengono proposte dal nostro giornale, Bruno Iennarella che vive in un territorio di non facile lettura quale Savini di Sorianello, un giovane, insomma, che merita tutta l’attenzione, prigioniero come è di una realtà non proprio edificante. Di pagina in pagina, avvertiamo riflessioni spontanee che sorgono come tali dalle conversazioni di tutti i giorni o dal silenzio delle sue meditazioni così arricchenti, nonostante la giovane età.


La poetessa Bruna Marino, serrese doc, attraverso pagine dallo stile personale di elevata raffinatezza formale, ci prende per mano con delicatezza, ci invita a seguirla per le strade dell’amore, della sofferenza, dell’inganno, dell’indifferenza e ci conquista perché lascia scoprire tesori di inestimabile valore che, ai più, ai distratti, apre gli occhi su una realtà che non va trascurata. La sua poetica offre spunti di riflessione ed esortazione alla vita, a quanti lasciano spazi all’indifferenza. Pluripremiata ed ospite di diverse antologie, ben meritatamente, perché le sue pubblicazioni ed altri versi inediti, delineano un suo itinerario poetico ricco di pagine memoriali e confidenziali che denudano un’anima tesa a donare messaggi di fede, d’amore e di alta spiritualità. Insomma niente di idillico, ma tutto scopertamente trattenuto con composta misura, senza enfasi né sdolcinati abbandoni, ma ritagli di un mondo che si porta dentro come segreti di favole antiche.


Ancora da Sorianello viene Mimmo Nardo, membro di Giuria all’Edizione del 2018 del Premio “Mastro Bruno cerca discepoli ne mondo” e autore delle raccolte di poesie “Un raggio di sole” e “Amarsi per amare”, entrambe per l’Editrice Adhoc di Vibo V.
Quella di Nardo è una poesia mai banale o semplicistica, piuttosto dai suoi versi scaturisce il desiderio, il bisogno di Dio. È tutta una poesia in cui si può cogliere l’inebriante incanto dei molteplici elementi del paesaggio e l’armonia e la bellezza delle mille voci della natura assieme ad un’accettazione cristiana del dolore, del male e della fine che, in realtà, dentro una coinvolgente limpidezza espressiva riesce a tradurre l’interrogativo sulla banalità della realtà quotidiana in un religioso approdo di saggezza. È poesia che, per dirla con le parole di Mons. Luigi Renzo, vescovo di Mileto-Nicotera- Tropea, diventa “un momento d’incontro con noi stessi.”

Bruno Agostino Tassone, serrese, trapiantato da tanti anni in quel di Treviso, si conferma il poeta autentico, che durante tutto l’arco del suo quotidiano, al di là delle letture e studi umanistici e linguistici, non fa altro che scrivere una sola poesia, che sarà lunghissima o di un solo verso, ma sempre frutto maturo di una sola grande volontà, nutrita ogni giorno di fermenti e passioni, di slanci e amarezze: la sua terra. Poesie che indulgono costantemente ai ricordi infantili e di gioventù, con una intonazione elegiaca attenuata a volte da una spontanea e misurata ironia. Pagine che costituiscono la sintesi di tutto un lungo e travagliato itinerario umano ed artistico che non ha intenzione di fermarsi, che vuol continuare ancora a gridare il suo amore viscerale per la sua terra. Una poesia che è cordone ombelicale con i luoghi del cuore e ne traccia un poeta libero da ogni accademismo per consegnarsi alla fruizione di quanti non abbandonano le radici e amano poetizzarle.

Col suo stile sobrio, incisivo, immediato e ironico, Bruno Tassone, crotonese originario di Serra, , analizza nel particolare i vari stati d’animo e i loro molteplici aspetti. Autore di raccolte di racconti e poesie in vernacolo crotonese, molte volte premiati, con i quali mette in risalto usi, costumi e le miserie del sud diventando così emulo di Mastro Bruno Pelaggi. E proprio con lo scrivere chiaro e semplice, riesce a scalfire quelle che sono le ruvidità della vita o di un cuore acerbo e chiuso al volo della fantasia. Mediante questo linguaggio esprime l’amore, la solitudine, l’amicizia, se stesso insomma, osservatore attento che riesce a coinvolgere il lettore immergendolo nel mondo dei sentimenti. Nelle sue attività di poeta, pittore e giornalista, Tassone esprime e vuole esprimere le molteplici emozioni di una vita, una vita sicuramente comune a tante altre, riuscendo ad elevarsi e a lanciare il suo grido forte e chiaro nel mondo più atto a recepire: quello dell’animo, del cuore.


“Emozioni, nostalgia, profumi di terra natia” (Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli 2016), di Franca e Mario Zangari della vicina Spadola è una raccolta di poesie intessute di trasparenze, con risonanze e voli sublimali che sanno di un viaggio dalla penna all’infinito della montagna, attraverso il silenzio della sera, al sole, alla luna. Di pagina in pagina, emergono pensieri dolci e tenui, eccitati ed inebrianti, quando segnano i momenti più felici dell’esistenza e quando scandiscono una vivace quotidianità senza traumi e brutture, con orizzonti intrisi di gioia, di bellezza, di bontà, di tutti quegli stati d’animo che rendono la vita più ricca e più lieta. È un itinerario, come scrive la giornalista Annarosa Macrì, nel quale “è stata incastonata una serie di gemme, delle quali non sai scegliere la più bella: ognuna ha uno scopo, serio e grave, di affermare il valore dei sentimenti, di chiarire una verità, di rimuovere un dubbio o di ribattere un errore…”.


Dulcis in fundo il nostro Mimmo Stirparo, serrese doc, poeta e giornalista pluripremiato. A lui dobbiamo se Mastro Bruno Pelaggi, oggi, a pieno titolo, ha una sua pagina nell’Enciclopedia della Treccani ( Vol. 82/ 2015) avendo collaborato col prof. Gabriele Scalessa, curatore del prestigioso dizionario enciclopedico. Nel 1994 ha pubblicato la silloge di poesie “L’Oasi” con l’Editore Pellegrini di Cosenza e le sue poesie sono ospitate in molte antologie nazionali.
Del nostro prezioso collaboratore hanno scritto, tra i tanti: Angelo Pelaia ( Il Laghetto dei Serresi nel mondo - Toronto), “Se dovessimo dire qualcosa di lui non esiteremmo a dire che Mimmo Stirparo è un uomo che ha sempre cercato di essere sé stesso contrariamente a quanto accade oggi di fronte a tante persone a cui piace più apparire che essere. E se fossimo d’accordo con coloro che affermano che la vita è una commedia, diremmo che Stirparo segue la commedia umana, a volte con stupore, a volte con rabbia per le ingiustizie sociali, senza però perdere la speranza e tanto meno la fede in Dio, per cui la preghiera rimane sempre in lui l’unica fonte di ristoro reale”.
Rosario Bevilacqua: “C’è dentro l’anima del serrese cullato tra il verde degli abeti vetusti, il ritmo dell’Ancinale, ormai assopito, il richiamo delle campane, ancora intatto, simbolo di una fede nutrita dalla tradizione certosina…”.
Cesare Mulè: “Apprezzo molto la geografia dello spirito che tracci, contenuta vis e trepidazione di sentimenti in continuità di vocazione(giacchè il demone ti ha conquistato sin dal 1978) e in crescente maturità stilistica. Altra notazione…l’ethos rigoroso e severo che ti porti dal patrimonio d’origine e dall’essere Tu anche altrettanto docente”.

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