sfondo-sito-2019-marrone

Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

Gioacchino Giancotti
A+ A A-

La fine “dell'epoca dei briganti” e la riapertura delle chiese di Serra | Un pezzo di storia da non dimenticare.

fine del brigantaggio e la riapertura delle chiese
Nonostante la spiccata religiosità dei Serresi, che li contraddistingue sulle altre popolazioni ed anche sui paesi limitrofi, e per la fede, e per il culto particolare a San Bruno, e per la presenza d'un clero abbastanza zelante, e per la presenza delle Congreghe dedicate alla Vergine SS.ma, ed ancora per le non poche feste ricorrenti durante l'anno liturgico, non sempre le loro chiese sono rimaste aperte al pubblico. Vi è invece un periodo molto difficile e complesso nella storia di Serra e dei Paesi circonvicini, durato per circa sei anni (1806-1812), definito addirittura “l'epoca dei briganti”. Per le varie vicende accadute spiacevoli e luttuose. Sul trono delle Due Sicilie vi era Ferdinando IV° dei Borboni, il quale, dopo alcune vicende storiche, assumeva il nome di Ferdinando I° e si rifugiava in Sicilia per la venuta improvvisa delle truppe Francesi in Monteleone (oggi Vibo Valentia), e non pochi cittadini, approfittando del cambiamento di governo, si davano alla macchia, alla latitanza nelle impervie montagne serresi, definendosi Realisti. Abbandonavano i loro paesi, e si davano alla rapina, massacrando spesso, nel modo più barbaro, i malcapitati e depredandoli, dichiarandosi Giacobini, cioè dei Francesi. Questi, convinti che tutti i nostri fossero briganti, non tardarono di passare al terrorismo ed alla rapina, in modo particolare nella zona di Spinetto. E quando un soldato francese entrò nella chiesa matrice, dove scassinò il Ciborio, rubandone lo sportello e la pisside d'argento, gettando a terra le sante particole, che furono raccolte in un secondo momento e passate in casa dalla sorella del sacerdote D. Bruno M. Tedeschi, che in seguito entrò tra le carmelitane, assumendo il nome di Suor Maria Maddalena, ebbe inizio un nuovo periodo per Serra.
I Francesi, accampati nella zona di Spinetto, vendevano gli oggetti rubati nelle nostre contrade ed altrove. Il sacerdote D. Raffaele Vinci venne un giorno preso per il naso da un francese e maltrattato pubblicamente con le parole ripetute più volte: “Tutti i preti star briganti” (i preti stanno con i briganti). Il gen. Lecot, alquanto benevolo verso Serra e i Serresi, lo liberò dai maltrattamenti. E quando il maresciallo di Cavalleria Berton, che venne fuori dinnanzi alla chiesa matrice, con un colpo di fucile partito dal vicolo sinistro della stessa chiesa gli ferì mortalmente il cavallo, che cavalcava, ricorse al gen. Lecot, perché fosse vendicato, il generale non gli diede retta. Era la sera del 24 maggio 1807, alle ore 21, domenica della SS. Trinità, mentre popolo e clero stavano raccolti in chiesa per la Benedizione Eucaristica, un grido d'allarme e di timore si sparse nella chiesa. Erano i briganti che si riversavano minacciosi nel luogo sacro. Seguì un fuggi fuggi, e vennero uccisi quattro sacerdoti: D. Domenico Barillari, D. Angelo Panduri, D. Giuseppe Vellone, D. Vincenzo Rossi, alcuni dei loro parenti ed una quarantina di persone. I briganti rimasero in Serra per altri otto giorni, dandosi al saccheggio delle case ,, che svaligiarono accuratamente di tutto, specialmente le case delle famiglie più facoltose, come quella di Tucci, di Vellone (Mitimè), del medico Giuseppe Raffaele Barillari, di Biagio Pisani ecc. ecc. Otto giorni dopo, ricorrendo la festa del Corpus, il capo brigante Ronca, facendosi quasi scrupolo della santità di tal giorno, emanò un bando, con cui invitava i sacerdoti di Serra e il popolo di recarsi in chiesa per la celebrazione della festa e per la processione. All'appello risposero presentandosi una diecina di sacerdoti; fu celebrata la Messa dal Vicario D. Domenico Rossi, e vi fu pure la processione per le vie del paese.
Data la necessità per il pericolo dei briganti, si era ottenuto un distaccamento di soldati francesi, al comando del Gen. Regnier, da quelli che si trovavano in Mileto. Serra venne abbandonata dai briganti, che si erano ritirati con gli altri nella montagna, dove ricevevano segretamente aiuti e munizioni dai parenti ed amici, mentre il distaccamento si era acquartierato nella chiesa dell'Assunta. Dopo circa un anno la guarnigione francese in Serra fu affidata al comando del Gen. Vorster, uomo crudele, terribile, che impose subito come dazio ai Serresi la tassa di mille ducati per il mantenimento della guarnigione. Ed il 2 marzo 1811 tre dei briganti, che andavano sempre più diminuendo, dato il regime di terrore instaurato, cercavano di uscire dalla forzata latitanza tanto rischiosa per la loro vita, si rivolsero per riuscire a tale scopo ad un certo Raffaele Timpano del Paparello, per ottenere il salvacondotto dal tenente della Gendarmeria Gerard e dal maresciallo Ravier. Accompagnandosi col giudice di pace Bruno Chimirri, con Domenico Peronaci e Giuseppe Amato, si recarono a tale scopo dai suddetti Gerard e Ravier, che trovarono ubriachi fradici.
Questi, nella loro ubriachezza, consegnarono ad ognuno di loro una pistola. Nell'entrare nel luogo convenuto, Gerard e Ravier furono colpiti dai briganti con un colpo di fucile ognuno, morendo sull'istante. Nell'agguato moriva pure il serrese Domenico Jorfida, con un colpo di fucile, rimanendo miracolosamente vivi il Chimirri e il Peronaci. Sull'accaduto fu subito spedito un rapporto al Gen. Manès, che si trovava a Nicastro, mentre per avversione a Serra e ai Serresi, i cadaveri dei due ufficiali uccisi furono consegnati agli Spadolesi, che li avevano richiesti come “campioni” insieme ai Brognaturesi e Simbariani, pensando così di farsene un merito a svantaggio dei Serresi, e con lo scopo che Serra potesse subire altre ruberie. A tal uopo i cittadini dei tre paeselli, portavano sotto il braccio un sacco per riporvi quelle cose che avrebbero potuto arraffare. Ma rimasero a mani vuote. I corpi dei “Campioni” uccisi furono accompagnati a Spadola e sepolti nella chiesa, presenti alcuni cittadini serresi, tra i quali D. Bruno M. Tedeschi, che salito sul pulpito della chiesa, improvvisò per gli stessi un'orazione funebre intessuta da tante menzogne. Gli Spadolesi, dopo non molto tempo, si pentirono del loro gesto, e, disotterrati i corpi, li gettarono nel fiume Ancinale. Pertanto il Sindaco di Serra, i Decurioni, il Clero ed altri galantuomini pensarono di spedire una deputazione al Gen. Manès composta da Luigi Peronaci, fratello di D. Domenico, al quale si unirono D. Bruno M. Tedeschi e Salvatore Pisani, con lettera commendatizia dell'Intendente. Quando il Peronaci con gli altri giunse a Nicastro, si trovò dinanzi al Generale, e gli presentò la lettera, questi, senza neppure leggerla la lacerò furiosamente, e, gettatala a terra la calpestava, quale cavallo indomito, ripetendo, come un ossesso: "Non “curo le vostre protezioni. Verrò in Serra, e saprò punire i colpevoli". Il”Peronaci tentava più volte di calmarlo, interrompendolo col dire: "Avete tutta la ragione, eccellentissimo Signore, ma dovete cono..“ quando ricevette sulla bocca un schiaffone così sonoro, da far rimbombare la stanza, dove si trovavano. Il Peronaci, con la mano alla guancia, e tutti gli altri si ritirarono atterriti e muti nel loro alloggio, aspettandosi cose infauste da quell'ossesso. Quando la notte furono chiamati dinanzi al Generale, timorosi si presentarono. Il Generale chiese loro soltanto quale fosse la strada più breve per giungere a Serra. Gli risposero che era quella per Maida. Dopo due giorni il Gen. Manès, seguito dai dragoni di Cavalleria, giunse a Serra, dove si diresse al palazzo dei
Signori Peronaci, e dove dimostrò subito il suo rigore, prendendo per il petto, e gettando a terra il povero giudice Chimirri, dando pure un violento colpo di paletta al braccio del Sindaco Militare Domenico Barillari. Quindi si recò sul luogo, dove gli ufficiali erano stati uccisi, e dove un inserviente di uno di essi gridò dinanzi a tutti: “Quì i galantuomini della Serra han fatto uccidere il mio padrone”. Infine, ritiratosi nell'alloggio, rivolto verso il giudice Chimirri, così si espresse: “Voi dunque siete quello che ha fatto uccidere i miei ufficiali?” Al che il Chimirri rispondeva: “Eccellenza, uccidetemi, piuttosto che affliggermi così”. Ed il Gen. Manès: “Ebbene, entro otto giorni o distrutti i briganti o la vostra testa andrà per aria”. Ed il Chimirri: “Ci manca la forza”. Il generale aggiungeva: Voi siete un altro Manès, voi avete tutta l'autorità, tutta la forza: o i briganti o la vostra testa”. E proseguendo il generale aggiungeva: “Intanto tutti i Galantuomini in esilio a Gerace e i preti a Maida”. Al che continuava il giudice Chimirri: “Eccellenza, se a me togliete i Galantuomini, io a chi mi rivolgo?” “Ebbene, -dice ancora Manès- restino i Galantuomini,ma i preti a Maida”. Quindi Manès si recò a Mongiana per breve tempo, donde ritornò a Serra. Prima di partire da Serra, oltre la conferma dell'esilio dei preti, ordina che venga impiccato Raffaele Timpano per aver guidato i tre briganti, in mezzo alla piazza, dinanzi alla folla di uomini, donne, giovani, ragazzi e vecchi e decreta la chiusura delle chiese, proibendo la celebrazione della Messa e l'amministrazione dei Sacramenti con Decreto del 10 marzo 1811. Nonostante il predetto ordine tassativo, che lasciava il popolo senza Messa e senza Sacramenti e che i morti venissero seppelliti fuori la chiesa, dietro la cappella dell'Immacolata, alcuni serresi, alla domenica andavano a Messa nella chiesetta di San Lorenzo, dove un sacerdote di S. Caterina, certo D. Nicola Tolotta, imprudentemente ed abusivamente si recava la domenica a celebrare. Ma i briganti, costantemente braccati, ben presto finirono, perché privati delle risorse necessarie per vivere, costretti a mangiare ghiande arrostite e pezzi di cuoio di buoi cotti, e qualche volta anche carne dei loro compagni uccisi. Tuttavia ne erano rimasti due: Pasquale Ariganello e Pasquale Catroppa, che, rifugiatisi presso due pecorai di Pazzano, nelle montagne di Bivongi, dopo aver mangiato e bevuto abbondantemente, si addormentarono e furono uccisi nel sonno la sera di Pasqua 12 aprile 1811 dagli stessi pecorai. Ed il giorno 14, martedì dopo Pasqua i pecorai uccisori si presentarono con le loro teste al comandante Vorster per riscuotere la taglia di 200 ducati. Alla notizia della fine del brigantaggio, giunta in un baleno a Serra, furono riaperte le chiese, le campane suonarono a distesa ed i fuochi si ripeterono per diversi giorni alla sera, in segno di allegrezza, i sacerdoti esiliati a Maida non tardarono a far ritorno a Serra. E' un pezzo di storia da non dimenticare!

Visite: 791

Storia del colera che nel 1837 colpì anche la Calabria.

Il colera in calabria 1837
Non è un mistero che le malattie epidemiche che imperversarono nei secoli passati, abbiano avuto un ruolo determinante sia sull'andamento demografico che su quello economico delle popolazione colpite.
Gli effetti di tali malattie furono particolarmente gravi nelle regioni meridionali dell'Italia che facevano parte del Regno borbonico, e che erano note per un'endemica povertà; in questa povertà strutturale, ma anche congiunturale, si connotava la Calabria, una lontana regione mal amministrata, caratterizzata da una stabilità secolare di ceti sociali e da scarsità di risorse conseguente alla natura del territorio per due terzi montuoso, con poche pianure generalmente impaludate. Ostacoli determinanti per la crescita economica e sociale della società calabrese.
L'aumento della mortalità ed i conseguenti vuoti biologici che seguivano a pandemie tristemente note sin dai tempi dell'Impero Romano come la peste, il vaiolo, il tifo che hanno inciso sulle attività produttive in generale, sono stati oggetto di studio nel passato; ma ancor oggi questi fattori rappresentano uno stimolo di ulteriori conoscenze per gli studiosi di storia dell'economia che vogliano affrontare dalle radici il problema della Questione meridionale.
Agli inizi del sec. XIX, sulla scena europea appare una nuova malattia che fu definita “ Morbus asiatico” o più comunemente Colera, caratterizzata da una grande forza invasiva. Questa malattia parte dall'India, culla di tutte le malattie epidemiche che hanno colpito nei secoli passati l'Europa e nel 1830 giunge nel Vecchio continente; si diffonde rapidamente nel territorio europeo, indebolito ed immiserito da tren'anni di sanguinose guerre che avevano visto contrapposti luterani e cattolici.
Responsabili della diffusione del colera furono i soldati russi che avevano contratto il morbo combattendo nell' Astrakan ed in Iran, ove il colera imperversava da anni, nell'ottica imperialistica degli Zar , i quali miravano ad annettere ai loro territori terre caucasiche. Da questi paesi, sempre al seguito degli eserciti, raggiunge Mosca.
La guerra russo- polacca del 1830 segna la sua penetrazione in Europa; il colera viaggia al seguito degli stessi soldati russi, portando lo scompiglio e la morte nella ribelle Polonia; da qui rapidamente si diffonde in Germania, nei Balcani ed Inghilterra. Nel 1831 giunge nelle Isole jonie in Grecia, toccando il litorale illirico, ungarico e dalmato.
Nel 1832 è a Parigi ove, grazie ad una nave inglese, sciama in Spagna, passa poi per Marsiglia e Tolone , attraversa le Alpi, sfuggendo ai ferrei cordoni sanitari adottati dai Governi e invade nel 1835 il Piemonte e subito dopo la Liguria. L'Europa ancora impantanata nelle guerre di religione. si appresta ad affrontare un nuovo nemico più insidioso perchè invisibile, con la consapevolezza di condurre una lotta impari e senza speranza.
Successivamente il colera procede verso il centro dell'Italia. Nel 1836 si annuncia a Trani e Bari; a Napoli, capitale del Regno Borbonico giunge il 2 ottobre del 1836 causando circa 5054 vittime. Dopo qualche mese di quiete , riappare nella stessa città, di cui i bollettini medici stigmatizzano” la sozzura è grandissima”, mietendo circa 14.000 vittime, ovvero il 50% dei colpiti.
Dinnanzi al pericolo incombente il Governo borbonico reagì con una serie di misure che non erano dissimili da quelle adottate in precedenti epidemie. Furono istituiti cordoni sanitari alle frontiere del Regno per il controllo delle merci e dei passeggeri, riaperti Lazzaretti per la contumacia, vietata la pesca in alto mare, applicati maggiori controlli sul contrabbando dalle altre Provincie. Fra i primi atti del Governo, l' istituzione della Sovraintendenza alla Salute Pubblica, con sede a Napoli e con a capo un Supremo Magistrato della Salute.
La Sovraintendenza si attivò tramite una fitta rete di scambi di informazioni con gli Intendenti delle varie provincie del Regno, impartendo disposizioni igieniche atte a prevenire il diffondersi del Colera, suggerendo ai medici terapie purtroppo in parte empiriche, poichè dinnanzi a questa malattia la medicina brancolava nel buio, e controllando che le farmacie fossero provviste dei medicinali più opportuni.
La classe medica calabrese era sufficientemente distribuita nei paesi in cui era prevista una Condotta; molti di essi invece ne erano sprovvisti, soprattutto quelli più piccoli e più poveri. Nicastro ad esempio .poteva contare su un organico di sei medici; Monteleone, l'odierna Vibo, nove di cui due si scoprì esercitavano senza autorizzazione, nonchè quattro chirurghi, di cui uno anch'esso privo del documento di laurea . I farmacisti a Vibo che era capoluogo del distretto, erano sedici, di cui quattro sprovvisti di autorizzazione.
Da anni, sin dai tempi della dominazione francese in Calabria I Governi si erano attivati per individuare sul territorio gli operatori sanitari, medici, levatrici, salassatori, farmacisti, che esercitavano abusivamente la professione, ma per la connivenza delle Autorità locali e per la distanza di molti paesi dalle sedi Amministrative centrali, spesso irraggiungibili per la mancanza di strade per chi doveva esercitare i controlli,il problema rimase a lungo insoluto.
Serra San Bruno , che nel 1828 vantava tre medici, Giuseppe Raffaele, Giuseppe Peronaci, Bruno Tedeschi , nel 1833 contava solo Bruno Tedeschi, più un medico chirurgo, Giuseppe Pisano. I farmacisti presenti sul territorio erano tre: Giuseppe Polito, Vincenzo Salerno e Francesco Sadurny. Nel circondario, a Brognaturo erano presenti solo un farmacista, Cosimo de Rose: a Fabrizia esercitavano due medici chirurghi, Antonio Prestia e Leonardo Carè, e tre farmacisti, Francesco De Masi, Luigi Maiolo, Enrico De Masi. A Spadola troviamo un farmacista: Pasquale De Francesco; a Simbario cinque farmacisti: Giuseppe Agliuzzi, Giovanni Pavone, Francesco Pirino, Vincenzo Coda, Basilio Bertucci.
La Sovraintendenza fornì una serie di suggerimenti utili ad affrontare il Colera nel caso di una sua comparsa; e soprattutto insistette sino alla noia sull'osservanza delle norme igieniche sia per la pulizia del corpo, che degli abitati. Insistenza giustificata dal fatto che in Calabria, come in altre provincie del <Regno, la quasi totalità dei paesi era priva di fognature, le cloache erano a cielo aperto ed i liquami si spandevano per le strade; il prezioso maiale girava indisturbato nelle vie e gli animali domestici convivevano con i padroni nelle case.
A Serra San Bruno, cittadina allora di 6000 abitanti, il Sindaco Bruno Chimirri, con gli economi, Giovannantonio Callà e Nicodemo Pisani, in ottemperanza alla istruzioni preventive giunte da Napoli, rispose proponendo come ospedaletto di fortuna la casa disabitata del defunto sacerdote don Michele Tedeschi, composta di sei stanze al piano superiore e con i bassi sottostanti, situata “ all'estremità del villaggio Spinetto”, per la quale dovevano spendersi 40 ducati per ristrutturarla. Per gli arredi occorrevano tra l'altro -e cito testualmente: “sei bagnarole di tavole( per dodici letti n. d.r.) tre caldaie di rame, vasi ed utensili per d.30”. Inoltre- :” otto individui, quattro uomini e quattro donne per personale con il salario giornaliero di carlini due ai maschi ed uno alle femmine che fanno d. 36 al mese”.
Le casse di beneficienza del paese erano “senza resti contabili” al 29 agosto 1835, mentre la cassa comunale poteva contare su 1200 ducati; un paese ben amministrato se sitiene conto che molti paesi della Calabria dichiararono nell'occasione, di avere le casse comunali vuote. I cittadini di Serra parteciparono alle spese generosamente offrendo circa 90 ducati.
Per fortuna il colera si tenne lontano dalla Regione almeno fino alla metà del 1837; vi apparve però a giugno nella provincia di Cosenza , ad agosto a colpì Palmi e Mileto. Non si ha notizia che sia giunto nella cittadina serrese, come non toccò I paesi dell'Alta Sila. Probabilmente per la difficoltà delle comunicazioni tra montagna e zone marittime, per cui era quasi impossibile almeno d'inverno, essere raggiunti da forestieri apportatori del morbo, ed anche per la dispersione degli abitanti sul territorio che non favoriva un'eventuale contagio.

Visite: 829

Domenico Calvetta
Marco Calvetta
Tucci revisioni auto

Banner radioserra98

Gioielleria Franco VInci
Pizzeria ristorante da nonna Mariangela
Banner VNU VV

The Best Bookmaker Betfair Review FBetting cvisit from here.

Traduttore

Italian English French German Spanish

Donazione

Amount:


Seguici su facebook

Articoli più letti

  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Prev Next

Fatti straordinari: NATUZZA MI DISSE: “ …

Fatti straordinari: NATUZZA MI DISSE: “ Guardate meglio il Vostro orologio…adesso mi credete?”

Hits:40148|VISITE Franco Inzillo - avatar Franco Inzillo

Il lungo calvario di Natuzza Evolo

Il lungo calvario di Natuzza Evolo

Hits:19542|VISITE Sharo Gambino - avatar Sharo Gambino

Inchiesta su Paravati | Il caso di Natuz…

Inchiesta su Paravati | Il caso di Natuzza…una diatriba per denaro e potere!

Hits:12285|VISITE Domenico Calvetta - avatar Domenico Calvetta

Il mistero della foto di Padre Jarek.

Il mistero della foto di Padre Jarek.

Hits:9600|VISITE Domenico Calvetta - avatar Domenico Calvetta

La mia terra spogliata di tutto dal 1860…

La mia terra spogliata di tutto dal 1860 ad oggi!

Hits:9402|VISITE Antonio Nicoletta - avatar Antonio Nicoletta

Rivista Santa Maria del Bosco Registrazione n. 4/10 c/o Tribunale di Vibo Valentia Cellulari 349 3091092 - 339 1808248 - 0963 72109 Email: rivistasantamariadelbosco@gmail.com - All Right reserved © Rivista Santa Maria del Bosco | Web Designer: Marco Calvetta | marcocalvetta@gmail.com

Questo sito utilizza cookies. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookies clicca su “Maggiori Informazioni” e leggi l’informativa completa. Cliccando sul tasto “Accetto” acconsenti all’uso dei cookies. Maggiori Informazioni