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Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

Gioacchino Giancotti
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Antichi mestieri | U capillaru & Co!

Girando per internet, l'occhio m'è caduto sulla foto di questo motocarro pieno di oggetti, di un venditore ambulante. All'improvviso quanti ricordi!
antichi mestieri u capillaru
Fino ad una ventina d'anni fa i supermarket non erano molti e quello che serviva per la casa si comprava quasi sempre al mercato o quando si saliva a Vibo dove c'era più scelta. A qualsiasi ora del giorno, però non mancava mai l'eco del venditore di turno che col suo furgone, motocarro o auto, non offrisse la sua mercanzia. La mattina potevamo sentire le grida dei venditori di pesce che arrivavano da Bagnara e Pizzo e molti venditori di frutta e verdura. A dire la verità, molti, la verdura se la coltivavano da sè negli orti, ma qualcosa da comprare c'era sempre. Passavano poi, molti "marocchini" come li chiamavamo noi, con le vistose coperte caricate sulle spalle sia d'estate che d'inverno. Solo in seguito si sono attrezzati con carretti e carrozzelle da spingere, carichi di ogni ben di Dio di indubbia provenienza.C'erano i venditori di detersivi ed ogni tanto appariva una novità che incuriosiva tutto il vicinato.
Non era raro, infatti che ogni tanto sbucasse fuori qualche guardingo venditore tutto elegante che lasciava l'auto da qualche parte e girava per i vicoli ad offrire la sua speciale mercanzia:oro! Tirava fuori da valigette, catene, bracciali, orologi, interi set di posate di presunto argento massiccio, ed in poco tempo era capace d'attirare un capannello di donne curiose, ma sicuramente più scaltre di lui! Che io ricordi, mai nessuna vicina ha mai comprato nulla, per paura che si trattasse di merce rubata o piuttosto falsa.
Una o due volte l'anno arrivavano anche "i Napulitani". Loro vendevano corredo ed arrivavano con un bel furgone carico di ogni ben di Dio che avrebbe ammaliato gli occhi di qualsiasi sposina alle prime armi. Non le nostre mamme. Loro avevano l'occhio fino. Capivano subito se era roba buona o di scarsa qualità, ma qualche piccolo affare lo facevano sempre. Era uso, infatti, per chi aveva figlie femmine, preparare il corredo sin da piccole "a cincu", a "diaci", a "dudici", a "vinti", le più facoltose! Significava preparare cinque, dieci,ecc, coperte, tovaglie, asciugamani e così via. Più si poteva fare, meglio era, per non fare brutta figura con le future suocere delle figlie. Si prevedeva sempre qualche capo più prezioso e poi la roba più "giornaliera", come la chiamavamo. Molte di noi ragazze sapevamo ricamare e fare l'uncinetto e così le mamme compravano spesso delle intere pezze di "trusciu", cioè tele intere di stoffa per lenzuola e tovaglie da usare a nostro piacimento. Ricamate ed abbellite con pizzi, diventavano preziosi ed originali per ognuna. Erano i lavori di cui andare fiere davanti alle suocere col famoso: "l'ho fatto io!"
Il venditore più curioso di tutti, andando un pò indietro nel tempo, a quando ero ancora bambina, era "U capillaru". Era una strana vendita la sua perchè piuttosto usava barattare ciocche di capelli con i suoi oggetti. Allora le nonne e le mamme, ma soprattutto noi bambine, portavamo i capelli lunghi.Loro, raccolti a crocchia intrecciata sul capo ed ogni volta che si pettinavano, qualche capello rimaneva sempre nel pettine. Non si buttava! Andava a finire in una bustina, in una scatolina, "po capillaru". Il bottino aumentava vistosamente quando a noi bambine, spuntavano le frangette o ce li accorciavano per farli irrobustire...dicevano. Quante belle trecce sono cadute sotto le forbici! La voce che circolava sul "capillaru" era che lui vendeva i nostri capelli per fare le parrucche, altri dicevano che servivano per le bambole. In realtà non abbiamo mai saputo dove finivano i nostri capelli!
Quando il "capillaru" arrivava, col suo motocarro stracarico, portava sempre qualche novità. Oggi diremmo che erano tutte cineserie, perchè infatti, era proprio quella merce che cominciava a varcare i nostri confini. Rigorosamente tutto di plastica. Bicchieri, colapasta, ciotole, portasapone, bidoni, secchi ecc.Lui esperto soppesava i capelli e decideva cosa dare in cambio. Le donne se erano contente dello scambio, prendevano e se ne andavano, altre curiose aspettavano di vedere lo scambio della vicina. Spesso, non erano contente del baratto e per ripicca non glieli davano aspettando di raccoglierne un pò di più per la prossima volta con la speranza di prendere qualche oggetto più utile. Il venditore cercava sempre di accontentare tutte, perchè era il suo lavoro e non voleva sicuramente tornare a mani vuote. Spesso accomodavano con l' aggiunta di poche lire per equilibrare il prezzo e tutti erano più contenti. Naturalmente, noi bambine eravamo felici quando le mamme prendevano qualcosa per noi: mollettine per i capelli, qualche giocattolino, penne per la scuola...
Anche questi momenti facevano parte della coralità paesana, come la chiamo io. Tutto il vicinato sapeva quello che si faceva, che si comprava, che si decideva...Chissà se da qualche parte esistono ancora "i capillari" coi loro motocarri stracarichi di curiosità allora... robetta, oggi...

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Lo studio fotografico "Il Genio", fondato nel 1877 a Serra San Bruno.

Facciata certosa l genio studio fotografico serra san bruno

Nel 1877 Giuseppe Maria Pisani (Serra San Bruno, 1851-1923) e Luciano Cordiano (Serra San Bruno, 1851-1915) aprirono uno studio fotografico denominato Il Genio dando vita ad un sodalizio tecnico-artistico per il quale possono essere considerati tra i pionieri della fotografia in Calabria. I due fotografi avevano una formazione diversa: Luciano Cordiano, chimico professionista, aveva studiato farmacia dopo un apprendistato nella bottega del padre Michele, uno speziale proveniente da Casalnuovo, mentre Giuseppe Maria Pisani, iscritto nel 1871 all’Accademia di Belle Arti di Napoli, studiò pittura ed ebbe come maestro Domenico Morelli. Nel 1874 conobbe Mariano Fortuny e la sua pittura risentì delle riflessioni sulle opere dello spagnolo incline agli effetti corposi di materia pittorica nell’impasto cromatico degli incarnati. Negli anni Ottanta, gli anni più vitali del dibattito sul realismo, la sua tecnica divenne più raffinata e continuò a dipingere a Napoli nell’orbita dei seguaci del Morelli.

Nello stesso fecondo periodo dipinse molti paesaggi e soprattutto ritratti fortemente veristi, donne e bambini quasi sempre di estrazione popolare, forse non con scopi di denuncia sociale, ma per un tentativo di documentare la vita del suo tempo. La permanenza a Napoli di Giuseppe Maria Pisani fu intervallata da frequenti ritorni a Serra San Bruno dove, intanto, fervevano altre attività. Nel 1880 aprì un opificio artistico con l’intagliatore Gabriele Regio per favorire lo sviluppo delle arti applicate in cui i serresi erano maestri, nel 1881 fondò la Società operaia di mutuo soccorso, una istituzione liberale con scopi assistenziali per gli artigiani serresi, un vero e proprio sindacato ante litteram, e nel 1882 fu chiamato a dirigere le scuole comunali di disegno. Tuttavia tra tanti interessi coltivati, un ruolo di primo piano lo ebbe la pratica fotografica. La fotografia e la pittura andavano di pari passo in quegli anni: anche a Serra San Bruno si cercò di unificare le due arti sfruttando l’una a vantaggio dell’altra. Le prime immagini policrome, ad esempio, venivano realizzate su vetro colorandole ad olio sul verso, e finivano per ottenere l’effetto desiderato a causa della trasparenza del supporto. GiuseppeMariaPisani fotoI più antichi cartoncini formato visita, reperiti nelle Serre calabre, dimostrano come i ritratti fossero condizionati dalle composizioni pittoriche tradizionali. Le pose assumevano quel tipico atteggiamento di pensosa naturalezza che divenne patrimonio delle classi borghesi di tutta Italia. Inoltre, i fondi neutri dietro le figure, che facevano da contrappunto ai valori del soggetto ritratto, gli effetti plastici e l’intensità espressiva, divennero caratteristiche comuni a molti lavori degli anni Settanta quando, l’introduzione del processo al collodio modernizzò tecniche ormai considerate primitive. Gli acidi fotografici e i composti chimici in parte sopravvissuti nelle loro caratteristiche bottiglie di vetro blu venivano acquistati presso la Maison de produits chimiques Imbert & Cia sita a Napoli in via Toledo al numero 339 mentre altri materiali arrivavano dalla ditta fondata da Bernhard Wachtl a Vienna. Gli obiettivi giunti fino a noi con le ottiche ancora intatte, di forme e dimensioni diverse, recano marchi prestigiosi, come Derogy o Voigtländer ma spicca tra loro il Pantoscop realizzato da Emil Busch, un ottico tedesco direttore dello stabilimento di Ratenow. Le lastre al bromuro d’argento realizzate negli anni Ottanta, dimostrano l’attività costante di documentazione del patrimonio culturale. A tal proposito, alcune di quelle conservate nell’archivio della Certosa di Serra San Bruno, attribuite allo studio fotografico Il Genio, in parte pubblicate nel 1983 da Ilario Principe, documentano attraverso l’occhio dell’artista, il dissenso nei confronti dei lavori di ricostruzione del monastero bruniano alla fine del XIX secolo perché l’architetto francese François Pichat aveva deciso il totale abbattimento delle antiche fabbriche cinquecentesche. foto il genio sito artisti pisani
Di conseguenza nei gruppi familiari degli artisti ed artigiani che formarono il grande cantiere, gli Scrivo, i Barillari, i Drago, i Pelaggi, non ci fu Giuseppe Maria Pisani che si era posto in posizione polemica nei confronti dei demolitori francesi. A tal proposito assumono particolare importanza due fotografie, le uniche conosciute stampate da lastre al bromuro, che recano nella parte retrostante il timbro dello studio fotografico Il Genio: rappresentano la facciata della cinquecentesca certosa con le statue di Santo Stefano e San Bruno ancora nelle nicchie, prima della loro rimozione, e una veduta panoramica del complesso monastico cinto dalle mura turrite che documenta la posizione esatta delle fabbriche prima della loro demolizione. Due documenti eccezionali per la ricostruzione della storia del convento certosino. Altra fotografia di sicuro interesse è quella che rappresenta un gruppo di amici tra cui si riconoscono Giuseppe Maria Pisani e Luciano Cordiano realizzata con l’autoscatto. Uno degli amici durante il tempo di posa fece la “linguaccia” rovinando la foto ma in fase di stampa fu “cancellato” e sostituito con un drappo bianco, facendo apparire una tavola di legno nodoso laddove c’era un tendaggio. Interessanti pure le foto scattate per Achille Fazzari, tra cui quella che lo ritrae in riposo dopo una battuta di caccia sui gradini del “Dormitorio” di San Bruno, pagate 100 lire, come dimostra un biglietto autografo reperito tra le carte di famiglia. La maggior parte delle lastre al bromuro sopravvissute al tempo ritraggono i monumenti più importanti di Serra San Bruno, dagli scannelli delle statue marmoree seicentesche ai preziosi paramenti della chiesa matrice. Spicca tra le altre il tabernacolo della chiesa dell’Addolorata completa dell’angioletto originale trafugato nel 1982. Le altre ritraggono personaggi appartenenti ad un piccolo mondo antico ormai dimenticato a causa dell’anonimia dei loro volti: le pose e i vestiti testimoniano il gusto e la moda del loro tempo, una documentazione eccezionale della storia del costume di un piccolo lembo della Calabria sopravvissuto all’oblio. Lo studio fotografico Il Genio chiuse l’attività tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento quando ormai a Serra San Bruno altri fotografi si facevano concorrenza tra loro: La fata di Bruno Barillari, di cui è stato reperito un solo cartoncino timbrato e datato 1894 che raffigura una bambina ritratta post mortem, lo studio fotografico di Raffaele De Francesco, di cui null’altro si conosce se non il timbro, quello di Salvatore Scrivo e del più prolifico Antonio Gambino già ampiamente trattati da Antonio Panzarella. Tra i tanti fotografi serresi spicca pure la figura di Giuseppe Calabretta, ultimo erede di un modo antico di fare fotografia, noto per la documentazione di volti presi dal popolo, espressivi e plastici.

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Domenico Calvetta
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