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Arte Serrese | Il ritratto di Don Onofrio Pisani. Un'opera da salvare.

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don onofrio pisani
Dopo la triste notizia della scomparsa dalla sagrestia della chiesa Matrice del ritratto di Mons, Bruno Maria Tedeschi, Arcivescovo di Rossano, su cui pende una denuncia ai carabinieri, segnaliamo un altro importante documento storico da salvare: ha bisogno di urgente restauro il più antico ritratto serrese conosciuto, quello di Don Onofrio Pisani (Serra 1662 - 1738), conservato nella Chiesa di Maria SS. Addolorata. Il colore si è sollevato in più punti e la tela si è indurita e deformata per effetto degli agenti atmosferici. Il personaggio, figlio di Giuseppe e di Palma Manno, fu molto stimato, ai suoi tempi, come uomo di santa vita, tanto che potrebbe essere avviata addirittura una causa di beatificazione. Padre Giovanni Fiore da Cropani, autore di un'opera fondamentale per la storia della Calabria, nel suo secondo volume (cap. IV, p. 104), edito nel 1743 ci offre un importante ritratto del prelato serrese, qui sintetizzato.
Don Onofrio Pisani, fin dalla sua fanciullezza, aveva dato segni di una forte predisposizione al sacerdozio. Appena ricevuta l'ordinazione, esercitò il suo ministero con zelo e fervore tanto da suscitare ammirazione in tutti gli altri prelati che vollero fargli esercitare la funzione di Vicario della Chiesa Matrice (il primo di cui si conosce il nome), carica che ricoprì per molti anni. I suoi costumi esemplari, la rettitudine del comportamento e la sua prudenza fecero sì che fosse eletto Padre spirituale della congrega del Rosario, sodalizio oggi scomparso, ma soprattutto dell'Arciconfraternita di Maria Santissima dei Sette Dolori, che lo venerava come un santo. La sua umiltà, tangibile nei discorsi e nelle azioni, lo portava a considerarsi come il più grande dei peccatori e la più umile e la più inutile delle creature di Dio. Cominciò così a mortificare il suo corpo con le continue fatiche senza concedersi riposo. Non mangiava carne e digiunava alimentandosi solo con pane e acqua, tanto che i serresi del tempo affermavano che si nutriva solo di spirito e non di cibo materiale. Nascondeva ai familiari le sue astinenze per non farli preoccupare, ma soprattutto l'uso dei cilici e delle discipline che maceravano la sua carne giorno dopo giorno. Non conosceva l'uso dei materassi, ma dormiva sulle nude tavole: si narra che una volta, precettato dai medici al riposo notturno per non pregiudicare la sua salute, si concesse solo un sacco di paglia, che per altro usava pochissimo perchè passava la notte pregando e leggendo libri di spiritualità. Alla fine il suo corpo non resse ai continui sacrifici e don Onofrio si ammalò di una idropisia che lo tormentò per tre anni. Quando si accorse che il peggioramento della malattia lo avrebbe portato alla morte non dimostrò alcun turbamento ma, con lo spirito colmo di gioia vide avvicinarsi la meta tanto ambita. Così, in uno stato di beatitudine, pregando continuamente, e dopo aver ricevuto i sacramenti, morì il 9 di Aprile 1738. I serresi tutti lo piansero come un padre e ne accompagnarono le spoglie nella chiesa Matrice dove una gran folla si era assiepata rendendo difficile la celebrazione del suo funerale. Il Padre Priore dei certosini, Dom Domenico Castelli da Gerace, volle farlo seppellire nel coro della chiesa come segno di distinzione, separato dagli altri sacerdoti, vicino l'immagine del Santissimo Ecce Homo. Dalla Platea della Chiesa Matrice si apprende che quell'immagine non esisteva già più intorno alla metà dell'Ottocento ma che il sacerdote, morto in concetto di santità fu sepolto vicino alla porta che dal coro fa accedere al carbonile o “camerino della braciera”. A destra, dunque, guardando l'altare.
Utile a completare le sue scarne note biografiche è l’iscrizione posta sulla parte sinistra del ritratto: “R. D. Onophrius Pisani Sacerdos / huius civit Serrae, et Rect.or Con / grega S. M. de Septem doloribus / eiusdem Civit.s V. Idus / g.unii 1662 natus obiit in Domino IX kal. Martii/ 1738”. L’opera, dalle spiccate caratteristiche popolari, ce lo presenta come un uomo colto, con un libro in mano e diversi volumi di argomento sacro su uno scaffale dietro di lui. In bella evidenza sono pure due simboli di meditazione: la clessidra, simbolo del tempo che passa irreparabilmente, e il teschio, simbolo della caducità del corpo umano.

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