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Concetti omerici nella tradizione preomerica calabrese.

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Concetti omerici nella tradizione calabrese
Quando inizia la mia ricerca nell’area di San Nicola Arcella e Praia a Mare, una delle più belle e suggestive aree costiere, non solo d’Italia, ma dell’intera Europa, prendendo contezza di quelle forme, figure (zoomorfe e antropomorfe) , che ritraevano immagini che a prima vista sembravano figure di demoni, non avrei mai immaginato di trovarmi di fronte a situazioni teriomorfe, che richiamassero concetti prettamente omerici. Veramente mi era successo un’altra volta in Sila, quello che sto per raccontare, con un’altra figura tracciata(non scolpita) sul terreno, ma questa volta però, il concetto di base, almeno dal punto di vista bibliografico, non era Omero, bensì Esiodo. Ho creduto opportuno non andare avanti e parlare di questa cosa, almeno fino a quando non avessi trovato altri elementi che potessero sostenere la mia tesi. In questo caso però è diverso, perché il fenomeno mitologico con le sue implicazioni territoriali si ripete, e allora è meglio indagare, sì, ma anche parlare. A San Nicola e Praia, sono anni che dico alle istituzioni, che quell’area è straricca di sculture sulla spiaggia e incisioni fantastiche, sulle pareti dell’isola di Dino, appartenenti, apparentemente, a una cultura protostorica e neolitica, legata al culto dei morti. Lo stesso Arco Magno(luogo d’indicibile bellezza) è frutto di questo pensiero religioso, perché interamente scolpito a mano, come la grotta a fianco con la sua enorme bocca e il suo volto tenebroso, come la parte oscura del sole, da quelle popolazioni, come porta verso l’aldilà e il mondo dei morti, attraverso cui le anime erano costrette a passare; tant’è che la luce del sole che tramonta, penetra all’interno del cerchio sacrale, attraverso l’arcata portale, fornendo un fascio di luce bianca o dorata , a seconda della posizione del sole e della stagione, in ragione della levata eliaca e della posizione più o meno solstiziale d’inverno o maggiormente d’estate. Luce giallo rossa, vespertina, simile a quella dei grandi incendi, luce di morte, quindi, dando al luogo aspetti metafisici e surreali, di aspetto quasi infernale. Poco più in là, in direzione nord, ci sono poi tutta una serie di scogli con delle strane forme, che lambiscono l’acqua del mare, di un colore nero intenso, perché rocce vulcaniche; ma tutte identificabili nelle forme o protome, come figure “terine”, dall’aspetto mostruoso. E prima di arrivare all’isola di Dino, sulla spiaggia, un grosso agglomerato litico, visto dalla spiaggia, imponentemente domina quell’angolo, sotto forma di cavallo con un puledro a fianco, mentre spostandosi una ventina di metri a destra, su una retta a 45 gradi, sembra disegnare una enorme testa di donna leggermente inclinata a sinistra, con una foltissima e ondulata capigliatura, dal volto senza volto, perché priva di tratti identitari. Sono i suoi folti e ondulati capelli, tirati all’indietro, e le illusorie movenze, che fanno di quella scogliera, una figura a tratti femminile, e a tratti non sai bene cosa. Ma recentemente ho voluto vederci chiaro e così ho deciso di fare un servizio fotografico col drone, vedendola dall’alto. Con mia grande sorpresa, dopo qualche attimo di smarrimento, mi accorsi posizionando il drone nella giusta posizione, che quella scogliera l’ambita dall’acqua del mare, la quale dalla spiaggia, con una visione orizzontale, mi dava le figure del cavallo col puledro, e della testa della donna con la sua capigliatura, sulla verticale, dall’alto, col drone, mi dava l’immagine di un’Arpìa: fu grande la sorpresa, ma non inaspettata, perché la lunghissima osservazione e studio di queste raffigurazioni, teriomorfe o antropomorfe, mi hanno preparato ad aspettarmi di tutto quello che la narrazione mitologica dei popoli del Mediterraneo e del mondo egeo-asianico, ci ha raccontato in millenni di storia di queste genti. L’emozione non mi permise di andare subito ai racconti omerici, o alle Argonautiche di Apollonio Rodio, con l’insozzatura del cibo di Finèo o delle giovani donne date alle Erinni, ma quando rimisi il drone nello zaino e mi misi in viaggio per tornare a casa, le scene le vidi tutte nella loro crudezza narrativa della tradizione greca ellenica, prima e poi elladica, anche se distorta dalla prima. Iniziai pure a pormi delle domande, tipo: come faceva una figura espressa da un pensiero omerico soprattutto, ritenuto universalmente come generato dalla tradizione egeo-asianica della tarda età del ferro, e primo periodo storico, a trovarsi scolpito su una pietra che lambiva il mare di Praia, della Calabria protostorica e fors’anche neolitica, molti secoli, se non un millennio o più, prima che omero tracciasse le sue narrazioni? Omero, o la tradizione che conduce a lui, come mai nei suoi testi parla di figure inferine alate, dalla testa di donne, e dal corpo di uccello dai grossi artigli, presenti nel pensiero religioso e teologico delle popolazioni indigene delle coste calabre, in occidente, ancora molto tempo prima che venissero scolpite su pietra, migliaia di anni prima che quella tradizione, diventasse modello sociale e religioso per i greci, e patrimonio culturale e narrativo per l’umanità? Ma c’è qualcosa ancora di molto importante: le grandi figure che appaiono incise sulle pareti dell’isola di Dino, sia ad Est che a Ovest, particolarmente l’immagine dell’imponente cavallo pezzato, sulla facciata occidentale, sono come potrebbe apparire, quelli della stessa narrazione omerica?
Se su questa scogliera nera e vulcanica, con espressioni figurative che richiamano i demoni alati di cui parlano Omero, Apollonio Rodio, Apollodoro, Gino, ecc., maggiormente, sono impresse le figure della tradizione occidentale del culto dei morti in età neolitica e protostorica, e della Grande Dea mediterranea, mi domando se questo pensiero appartenga solo ed esclusivamente al mondo asianico ed egeo, oppure sia, se non nato, almeno cresciuto, anche al di qua dell’Egeo. Come abbiamo detto, le Arpìe erano delle protome ibridate, o teras, figure mostruose inferine, demoni ctonici, perché appartenenti alla Dea Terra mediterranea, e come in questo caso, anche alla faccia oscura del dio Sole, Elios, il titano al quale questi demoni rispondevano. Esse erano, come detto poc’anzi, ibridi alati, dalla testa di donna e il corpo di uccello, con grossi artigli, erano anche la progenie di Elettra, la figlia di Atlante e di Pleione, per questo detta anche pleiade con le altre sue sorelle, oppure figlia di Oceano e Teti nella versione più antica, ossia di Ponto, il dio primordiale del mare e Gaia, e sposata a suo fratello Taumante, dal quale ebbe le Arpìe e Iride.
A volte, se ne contano due e a volte tre di queste figure terioforme. Le prime due sarebbero Nikotoe o Aello, e Ocipete, l’altra è Celeno, quella che a noi interessa. E’, quindi, da quello che ci dice la raffigurazione del cavallo, impresso sulla parete dell’isola di Dino(altro nome interessante a questo proposito), che noi troviamo nelle sculture, e sulle spiagge di Praia a Mare. Come? Se i loro nomi rivelano la loro natura, avremo che: NiKotoe, si traduce con vittoria di tale portata, mentre Aello si traduce con turbine, e Ocipete, l’altra arpìa, invece con vola veloce.
La terza Arpìa, Cileno, quella che interessa a noi ed è spesso dimentica o non necessariamente presente, perché forse è vero che non appartiene alla tradizione greca, ma al mondo indigeno italico, e per questo, per i greci, meno importante. E’ l’altra, quella che interessa a noi, l’oscura, ma anche si traduce con zoccolo(elemento identificativo delle divinità inferine, tanto ch’è rimasto nella tradizione cristiana e moderna occidentale, come emblema del piede del diavolo), o biforcatura di cavallo, secondo il pensiero greco; oppure, artiglio di uccello da preda, o ancora scoglio, barriera che spezza e ferma la forza e la violenza dell’onda del mare, che rompe i flutti. La lotta perenne tra il dio poseidonico e pontico, e la Terra Madre e Gaia, per il potere insito nella testa e nella mente degli uomini. Le divinità infere alate, o Arpie, come le Moire o Forcidi, Graie ecc. erano legate a molte tradizioni, e in questo caso, la più nota sembra essere quella del re Finèo, al quale per una punizione del dio Sole, che lo rese cieco, insozzavano sempre il cibo, come un’altra tradizione, che vedeva queste divinità inferine, unite con Zefiro, il vento tempestoso e distruttivo(a volte) d’Occidente, generando i cavalli divini di Achille e dei Dioscuri. Tra questi quattro, ce n’era uno pezzato, Balios, il quale sembra essere inciso( con la sua macchia) sulla parete dell’isola di Dino. In ultimo: Elettra, la figlia di Atlante, il titano con la sfera dell’universo sulle spalle è la madre di Dardano, l’eroe che nella tradizione mitologica greca è il fondatore della prima città che poi assunse il nome di Troia, dopo aver fondato la città etrusca di Cortona. Così recita una versione italica di Dardano, che io non sottovaluterei. Una narrazione che crea una ragione religiosa e storica(dal punto di vista del racconto), oltre che mitologica, anche se i nessi antropologici e in una certa qual misura linguistici, sono tutti da cercare e provare. La cronaca epopeica della fondazione della città di Cortona, non va intesa come fatto storico, ma viaggio epopeico degli antenati asianici e colchici nella terra esperide, e dei morti, dove Elios sganciava i cavalli dalla sua biga, e attraversando il mondo dei morti, con una barca, ripartiva il giorno successivo, dopo il saluto di Aurora. Questo è il legame di fondo tra Oriente, il luogo dove nasce il sole, ed Elios intraprende il suo viaggio quotidiano verso Occidente, giungendo alla terra dei padri, dove il sole muore, con la discesa di Elio agli inferi, per poi risalire di nuovo. I Micenei, popoli ellenici col principio del culto paterno, sconfissero i greci elladici e distrussero Troia, in nome di un dio padre Zeus, dove la sacerdotessa Ecuba avrebbe dovuto scappare da quella città in fiamme, aprendo lo spazio di fuga a un condottiero, che, seguendo le orme del suo antenato, all’incontrario, portò i superstiti della città distrutta dal fuoco e dal ferro pesante, in Occidente, fondando una nuova stirpe (sovrapponendosi agli indigeni italici), e nuove città, ci dice Virgilio.

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