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Rivista Santa Maria del Bosco - Serra e dintorni

Gioacchino Giancotti
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La divina Commedia | Canto 1, in chiave elettorale locale.

divina commedia campagna elettorale
Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai nel cul una matita

dall'urna elettorale un dì smarrita

Ahi quanto a dir qual'era è cosa dura

esta matita a tempra aspra e forte

Tant'è il dolore che poco più è morte!

Ma per trattar del dolo che provai

dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte,

Io non so ben ridir come  votai 

tant’era frastornato a quello punto 

che un segno vago e lieve vi lasciai.

Ma poi ch’i’ fui al seggio giunto,

notando i candidati alle mie spalle

che m’avean di sdegno il cor compunto

provai na forte strizza alle mie palle

tant'è che mi voltai verso l'uscita,

tentando di menar per altro calle.

Appena rimboccata la salita

udì na voce  a tratti edulcorata 

citare il nome mio con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata

uscito fuor del pelago a la riva

si volge a l’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,

si volse retro a rimirar chi fosse

che lasciar quel loco m' impediva.

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,

nel lato della sala un pò deserta,

un tipo ancor pelato più che basso

che mi fissava con la faccia incerta,

si accosta con un fare disinvolto,

come gran volpone sempre allerta

e non mi si partia dinanzi al volto,

anzi ’mpediva il mio cammino,

ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

"Pensate ch'io sia un burattino!?

se so schierato con le 5 stelle,

mi sprona il cuore  solo amor divino,

e l'animo di fare cose belle;

mi sono candidato a buon ragione

a rischio della vita e della pelle

è l’ora che si cambi la stagione;

chi per inerzia un voto non mi desse

non parli più di lotta e ribellione!"

Questi parea che contra me venesse

con i pomi rosi e rabbiosa fame,

sì che parea che il seggio ne tremesse.

Eppure un deputato, che di brame

sembiava carco ne la sua magrezza,

e molte genti fé già viver grame,

mi porse così tanto di gravezza

quale può un censore a prima vista,

ch’io perdei la speme di salvezza.

E qual è quei che la fiducia acquista,

e giugne ’l tempo che perder la face,

che ’n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista;

un mesto nazareno senza pace,

mi venne ’ncontro, a poco a poco

ripignendomi là dove ’l sol tace.

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,

dinanzi a li occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui così conserto,

«Oh finalmente», gridai a lui,

«qual che tu sii, ti voto certo!».

Rispuosemi: «eletto molte volte già io fui,

e li partiti miei furon miliardi,

a destra poi a sinistra ed ambedui.

Crebbi sub Giulio, ancor che fosse tardi,

e vissi a Roma nel periodo giusto

al tempo dei politici bugiardi.

Ladro fui, e  derubai di gusto

degno del più gran figlio di troia,

ma il mio di patrimonio è ormai combusto.

Ma tu perché ritorni a tanta noia?

varca dunque la doverosa soglia

ridonami col voto nuova gioia!

A meno che invece tu non voglia

dar la preferenza a qualcun'altro

qualcuno che ai tassoni rassomiglia,

e non si ciberà di terra e peltro,

ma che lavorerà di sana voglia,

coprendosi d'onore  e di virtute,

e sua città farà di caldo feltro.

Di questa umile Italia fia salute

l'anima tua può stare tranquilla,

si coprirà persino di ferute.

E ancora lotterà per ogni villa,

fin che avrà ragiunto lo governo,

là onde ogni brama dipartilla.

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno

che tu mi segui, e io sarò tua guida,

ti porterò di qui nel Loco Eterno,

ove udirai le disperate strida,

di senatori afflitti appena uscenti,

cui la seconda lista non s'affida;

e vederai color che son contenti

blindati, perché sanno di venire

eletti, grazie al voto delle genti.

Qualsiasi candidato va a salire,

anima fia men che di altri degna:

tutto premuroso allo partire;

ma appena giunto là dove si regna,

a suo vantaggio piega anche la legge,

per impedir che altri al posto suo si vegna.

In Camera e Senato impera e regge;

quivi è il suo scranno e l’alto seggio:

oh felice colui cu’ ivi elegge!».

E io a lui: «Allora, io ti richeggio

per quello che tu stesso mi dicesti,

acciò ch’io fugga questo male e peggio,

che tu mi mostri là dove volesti,

sì ch’io così ti venga dietro

e scelga i candidati tra i più mesti».

Così si mosse, e l'viso suo divenne quasi  tetro.

Occorre allor ch'io ti accenni a quello

che il Bel Paese misurò col metro:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave senza nocchiere in tempesta,

non donna di provincie, ma bordello!

Colui che a governarti già si presta,

per calpestare immune la tua terra,

ad ogni oppositor farà la festa;

quand'anche  Mastro Bruno muova  guerra;

li voti tuoi, di certo lui si gode

foss'anche a fare il sindaco di Serra.

Cerca, misera, un uomo probo e prode

che le sorti tue accolga in seno,

così che ogni afflitto che ne gode

possa, dopo aver patito invano,

godere dei diritti di una vota,

al tempo di Chimirri niente meno.

Ahi gente alla politica devota,

che  scegli quel che scende o resta in sella,

elevati e rimani ad alta quota,

da fiera non lasciarti fare fella

se subirai supina le opinioni,

dal fuoco finirai nella padella.

 Convinto ormai chi fosse tra i più buoni

entrai più risoluto dentr'al seggio,

e senza rompimenti di coglioni,

avendo riflettuto un pomeriggio

tracciai su quella scheda un segno certo,

sicuro di votare il meno peggio!

Mai voto fu per me così sofferto,

ma avendo ormai votato, e quì è lo sbaglio,

uscì fuori contento . . . a culo aperto.

 Antonio Franzè      2018

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M. Stirparo
La nuova rubrica, "la campagna elettorale in poesia", è a cura del prof. Mimmo Stirparo

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