Biagio Scaramuzzino, secondo quanto narra la tradizione, si formò nel cantiere della Reggia di Caserta in contatto con Luigi Vanvitelli (1700 – 1773), figlio di Gaspard van Wittel vedutista olandese naturalizzato italiano.
Nel cantiere di Caserta egli avrebbe acquisito la sua concezione architettonica muovendo da una solida base barocca sensibile ai temi della classicità che, come si può notare nella chiesa Addolorata di Serra San Bruno, suo capolavoro, vengono recuperati e applicati in linea con la cultura illuministica del tempo che incominciava a rivalutare con sempre maggior insistenza.
Lo Scaramuzzino, riprendendo un certo rigore classicheggiante, dimostra di aver appreso bene la lezione del suo maestro napoletano, per quel mitigare alcune fantasiose scenografie alle quali ci avevano abituato gli artisti barocchi della generazione immediatamente precedente.
E’ nello scalone monumentale dlla reggia che il serrese avrebbe prestato la sua collaborazione, un’ opera con i suoi 18 metri di larghezza, il più grande d’ Italia arricchito di straordinarie decorazioni e scorci prospettici e che si colloca tra i più celebri d’ Europa.
Nel cantiere di Caserta l’ architetto serrese avrebbe appreso anche conoscenze di carattere tecnico, (fisica, matematica e geometria), oltre che di composizione degli ordini architettonici o di effetti scenografici, per poter assicurare, scientificamente, agli edifici, quella solidità costruttiva che in modo mirabile possiamo vedere applicata nella chiesa Addolorata.
L’ edificio sacro quindi venne progettato in seguito a collaudate esperienze ed efficaci intuizioni, dove invenzione e monumentalità si associano con grande naturalezza.
Scaramuzzino si muove nell’ ambito di un secolo dove il gusto predominante è ancora quello barocco, ma il rapido affermarsi delle teorie illuministe, tendenti a rivalutare la razionalità e l’ indagine scientifica, finisce in breve per scontrarsi con le esigenze di un’ arte che, al contrario, tendeva a privilegiare l’ effetto scenografico e l’ invenzione fantastica.
Nella facciata della chiesa serrese vi è una certa bizarria formale esaltata da un ritmo architettonico dove gli elementi classici interagiscono con il dinamismo tipico del barocco coinvolgendo forme, superfici e volumi piegandoli ad una tensione risoluta e continua.
Tutti i particolari decorativi della facciata sono presi in un movimento dinamico complessivo e a tale fine, l’ architetto, ne modifica la forma tradizionale imprimendole un movimento ellittico.
Secondo quanto si narra egli giunse a questa intuizione nel mentre srotolava il progetto con il suo ripiegamento curvo.
La chiesa si presenta con un “moto proprio” che si estende attraverso l’ alternanza della disposizione dei cornicioni in un movimento ondulatorio e continuo.
I mutevoli effetti di luce e ombra accentuano il carattere speculare dove ogni singola forma si dissolve nell’ effetto complessivo.
Cornicione e trabeazione appaiono deformati, pratica questa che diventa ricorrente in diverse scuole regionali italiane ma anche estere come Germania e Svizzera.
Lo Scaramuzzino, come si può notare nella chiesa dell’ Addolorata, non esaspera le deformazioni ma è attento a creare una facciata carica di energia dinamica impostando le decorazioni a rilievo ottenendo raffinati effetti prospettici con una severa chiarezza del dettaglio.
La facciata è caratterizzata dalla fusione di architettura, pittura e scultura e ci appare come un organismo unitario, plastico – architettonico con inserti decorativi messi in risalto.
Un corpo monolitico quindi inserito nel tessuto urbano con precisi connotati formali i cui valori ideologici espressivi trovano il punto culminante nella forma semiellittica che racchiude tutta la storia costruttiva della chiesa sin dalla sua progettazione avvenuta nel 1721.
Alla forma chiusa dell’ edificio corrisponde lo spazio aperto della piazza ma, la chiesa, innalzandosi su di un’alta scalinata si presenta come un volume plastico che con la sua verticalità indica autorità e persuasione esprimendo un valore ideale articolato dentro ad uno spazio abitato.
Lo Scaramuzzino si dimostra attento a non scadere nella rettorica formale, a non esagerare nel fasto dell’ ornamento plastico concependo un decoro moderato ideologicamente vicino all’ ideale civile.
Queste caratteristiche della chiesa si collegano al costume e ai modi di vita dell’ arciconfraternita dei Sette Dolori, costituita per la maggior parte da un ceto sociale artigiano-borghese che predilige la “maniera grande” come epressione della cultura di una classe fondamentalmente conservatrice.
La chiesa la possiamo definire come un monumento elevato a ideale di una classe sociale il cui linguaggio architettonico deve essere di distinzione rispetto alle altre chiese presenti nel paese anch’ esse espressioni di altre correnti e altri assunti ideologici.
Lo Scaramuzzino per realizzare la sua opera si è servito di maestranze locali, guidati dal capomastro Vincenzo Salerno, tutti abili a tradurre con il granito quanto l’ architetto aveva concepito appellandosi alla scienza della visione e agli effetti visivi. Ancora una volta gli artigiani serresi sono stati capaci di tradurre la struttura statica di un progetto in una rappresentazione plastica e dinamica nello spazio.
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2 Marzo 2025